nativi
La voce arrochita potente dell’indiano conduce perentoriamente all’intera rete dei sentieri: di caccia, di fuga, di salvezza, di gioia, di segreto, di scoperta, di pianto, di morte, di malattia, d’amore, di guarigione, di miracolosa salvazione.
Getta manciate di foglie umide sul pagliericcio di brace di stecchi secchi, poi avvolge con la coperta multicolore il fumo neroazzurro, liberando, infine, nuvole nella forma del suo animo.
A chilometri lontano, dove la canzone non arriva, lei immagina attraverso l’aria trasparente le sue mani, il busto torto sul fuoco, gli occhi fiammeggianti attraverso la fessura delle palpebre semichiuse in difesa delle scintille.
Il nativo distratto gioca col fuoco mugolando.
I nostri attuali messaggi, non diversamente, sono solo segnali di fumo. Il nostro interlocutore lontano è nelle nuvole di parole che noi vorremmo interpretate nella loro essenza definitiva ma che invece gli altri cambieranno secondo i loro terrori e le loro speranze.
Assorto, piegato sul fuoco, gli occhi arrossati, soffio sull’incendio crepitante degli stecchi. Sollevo la coperta liberando uno sbuffo grigio azzurro mentre ti penso. Non è che abbia niente da dirti. Io sono quello che tu vedi salire al cielo.
Quello che si fa è in mano agli altri.
1 commento
C’è un mare salato in quegli occhi profondi. Una tristezza addosso. La risalita verso l’alto a scorgere chissà cosa. Non ho ricevuto mai più l’attenzione di quello sguardo. Lei sussurrava. Al mare. E poi al cielo. Tuffi pericolosi in toni decisi. Le mani magre tengono i sandali, affinché i piedi nudi formino orme. E pensiero. E perimetri caotici. Frattali. Ci sono indumenti inutili in certe giornate. Di venti deboli. Di luci intense. L’amore potrebbe essere un’ellisse traslata.