il dittatore chiuso nel proprio castello
Le origini di un pensiero non sono chiare. La consapevolezza di sé non riesce a riflettere sulla propria generazione.
Questa impossibilità di tornare interi a ciò che è biologia senza coscienza è il limite della conoscenza a causa dell’imprecisione non eliminabile dell’origine.
Non è questione filosofica. È che non si sa il perché e il per come si organizzano i segni impercettibili in forma convergente di una progressiva disposizione ad una passione.
So il giorno che fu chiaro l’inizio di quella stagione. È precisa in me la consapevolezza che illuminò anche la fine della stagione fredda precedente. E la riscaldò col calore in atto. Retroattivamente.
Ma devo fare una capriola sopra il punto di transizione.
Ecco: l’imprecisione di porre un punto esatto alla nascita delle cose. Forse è quel sentimento di incompletezza che si esprime poi con piogge dolci di vaghi significati sulla terra delle nostre iniziative.
Intorno alle decisioni la coscienza e la ragione diventano pensiero diffuso su un confine dilatato. Ci mettiamo a fare le cose nell’alone di una rifrazione.
Ed è la diffrazione una metafora ulteriore: quando la percezione della dirittura del bastone del comando si rompe sotto la superficie di un mare calmo.
Così: il fenomeno di ottica, che rivela la precarietà delle forme obiettive della percezione cosciente, fa, di un’illusione, la conoscenza profonda delle cose.
Il bianco della carta, a sinistra della scrittura, esprime col silenzio l’armonica permanenza dei fondamenti nella materia: il pre verbale
E, nella materia, il pre-verbale non è più una situazione arcaica superata ma è il non-verbale che resta a dispetto di ogni interpretazione.
Noi siamo fondati su tutto quanto ignoriamo del prima di noi. E così, per non casuale esempio, l’amore prescinde dalla decisione di amare.
Su imprecisate frontiere si svolgono attività di ricomposizione. Il nucleo non illumina le mura esterne del castello. L’inconscio, addirittura, forse, è sulla pelle.