via della resistenza

30 Ottobre 2010 Lascia il tuo commento

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Così diceva l’immagine: non s’era formata lentamente: non c’è la formazione dell’immagine, c’è la nascita dell’immagine. Era venuta all’improvviso: ‘adesso ! ‘. Poetica della tempestività. Le mie dita, che avevano iniziato a indagare i segreti delle linee delle donne di Matisse e Modigliani, stavano nelle tasche. Avevo incontrato un’amica, poco prima: sorrideva, camminando, a qualcosa che era dentro di lei. Sorrideva. Indossava un vestito viola –di quando ero ragazza– ha detto. Un vestito viola, di taglio semplicissimo. E siccome alla semplicità non si sfugge, avevamo riso fragorosamente, di fronte al bar, accanto ai volti delle copertine delle riviste dell’edicola, che stava dietro, ma a destra rispetto a noi. Di fronte al bar, e accanto ai volti delle riviste dell’edicola, dovevamo costituire, ad uno sguardo obiettivo, un insieme scenografico ben studiato. Le braccia, lungo i fianchi, erano vive però, e, ogni tanto, ci sfioravamo le spalle. Disegnavamo la possibilità del benessere senza ragione. La luce non era diretta: le nuvole, piane, facevano uno schermo illuminato di traverso, dal sole delle cinque d’autunno. La temperatura, che teneva a mezze tinte la pittura dell’affresco del mondo, sabato pomeriggio, lasciava nuotare le persone nella gelatina albicocca chiara: che, come è risaputo tra coloro che si interrogano sulla temperatura delle cinque del pomeriggio d’autunno, è il timbro di luce che smorza i suoni, e offre la quiete. L’amica ed io andammo via, riprendendo ognuno la direzione precedente: ci allontanammo. Dopo aver cercato l’amico -che ero andato a trovare, per sincerarmi che stesse bene, e non fosse intristito troppo dalle difficoltà del tempo presente- poche centinaia di metri più in là, in quel pomeriggio albicocca, girai i tacchi -e i passi- verso casa. Là era venuta l’immagine, la sapienza immediata dell’immagine: Rue Matisse o forse anche -poi la scelta cadde su quest’ultima ipotesi- Rue de la Resistance. L’arte francese tra ‘800 e ‘900: impressionismo, post-impressionismo, fauve, puntinismo, cubismo, alterazioni della prospettiva, identità inclassificabili ed inclassificate: Van Gogh, Modigliani, Cezanne, Picasso, Matisse.

Rue Matisse

Rue Picasso

Rue Modigliani

Rue van Gogh

Rue Cezanne

Casa. Il campanello ridente. Il miracolo elettrico dell’apertura del portone. I fogli posati sul tavolo del computer, le matite di molte gradazioni di durezza e morbidezza, il bianco sfacciato della carta purissima, il bianco abbagliante e neutro che non suggerisce nulla. Vediamo di comporre questa idea prima di notte. E dopo anni, secoli, facevo la ricerca non isolato, bensì tra le persone amate, che avevo sempre tenute lontane dal lavoro del pensiero. Facevo la ricerca di giorno, tra le risa della ragazzina, i profumi diversi di ragazze più grandi, e l’imponenza di un altro già uomo. Facevo la ricerca nella luce albicocca scura, un poco più intensa del colore del fuori, del turbinare dei loro pensieri inconoscibili, delle loro ineffabili personalità ora sfrontate ora corrucciate ora distese, dei loro amori a me sconosciuti, che non potevo, dunque, neanche dire se fossero adatti. Facevo la ricerca nel colore acceso della mia ignoranza di loro, nel colore azzurro del mio rispetto per i loro pensieri. Nel rosa della certezza di potermi fidare di loro. Avevo la fermezza delle mani che non tremano, perché non chiedo loro nulla di più di quello che, loro stessi, lasciano che io conosca della loro vita: perché è diventato essenziale e preponderante -per la felicità e la speranza- solo il suono dei loro passi, e il disordine dell’imprevedibilità di quelle entrate e di quelle uscite, dalle quinte del giorno e della sera.
Quelle uscite e quei ritorni che mi restituiscono la parte della nostra vita, della cui bellezza, non mi ero, come si dice, reso conto.

Via della Resistenza è dedicato, dunque, alla resistenza della bellezza. Alla resistenza al tempo, della bellezza. Alla resistenza, della bellezza, all’usura del tempo.

Il torpedone di forma antica, sferragliante e potente, si presenta di traverso alla destra del foglio, in basso, e tiene tutto: ma vuole uscire quasi fuori, e venire nella stanza, negli occhi, tra le braccia di me che lo guardo per accertarmi dei grigi, e della personalità dei neri agli angoli, dove tutto inizia e finisce e deve essere specialmente ben fatto. Vuol venire fuori, liberarsi dalla necessità che ha assunto nel disegno, ma gli ho disegnato le pietre del selciato che lo tengono aderente. Il pullman è la storia della resistenza della bellezza. Credo che sia la storia di quello che mi ha salvato: che non so disegnare altro che così, e per il quale non trovo parole.

La curva della luna è l’ombra delle persone che ho amato, tutte, che fa la terra su cui ho poggiato i piedi nella mia vita. L’ombra curva della terra che sono io e che siamo noi, finché saremo accanto. E noi siamo, per quello che mi riguarda nel disegno, anche tutti quelli che accanto non ci sono più, ma mi hanno fatto quello che sono. La curva è anche un sorriso, che dice che non mi pento, e rifarei tutto. La rivoluzione della terra intorno al sole non è molto rivoluzionaria, lo so, perché tende a scostarsi poco da se stessa, alla fine. Ma a me va bene se è assenza di sensi di colpa e convinzione delle proprie scelte ogni mattina.

Ho disegnato la luna molto nera, dove è nera. Ho grattato a lungo, con la grafite della matita dolce, che scuriva il foglio sulla parte nera della luna: ho illuminato col nero la parte esposta che è invisibile solo per un nostro difetto di percezione del mondo fisico. Ho disegnato una curva con la convessità a sinistra del foglio: è una curva d’ombra sul bianco: è l’ombra, proiettata, della terra: e la terra è rotonda.

Sulla luna bianca e splendente ho dunque tracciato una curva, ed ero felice pensando siamo noi, quella curva, ma non ci si pensa mai. Ero felice e continuavo a dirmi, mentre disegnavo chiari e scuri variabili: siamo noi, se noi siamo la bella terra rotonda che rotola maestosa nell’aria. Disegnavo chiari e scuri e scuri ancora più accesi e chiari quasi spenti, e siamo noi quello che faccio, sorridevo tra me. Siamo noi. Io siamo noi. Se io sono bravo, noi siamo bravi. Se t’amo, la tua bravura sono io. Se io posso essere bravo lo devo anche a te. Non sempre tutto è nonostante. Comunque, se t’amo, la mia bravura siamo noi anche se tu non mi amassi; e anche quando non mi amerai più saremo stati bravi una volta per tutte, se io ora saprò disegnare esattamente la felicità dell’ombra sulla luna. Ombre felici scurivano il foglio: ogni gradazione d’ombra un sorriso. Io saprò disegnare perfettamente la curva dell’ombra della terra sulla luna, proprio se non ti odierò in anticipo per il fatto che un giorno potresti anche non amarmi. Non sempre tutto è nonostante. Spesso -tuttavia- molto è nonostante noi stessi.

Fuori -nel giardino- la zucca di Halloween rideva ghignando, per via che avevamo inciso insieme una bocca dentuta, occhi dentuti: insomma, quel poco che basta a far ghignare una zucca vuota: il disegno deve creare una cattiveria di intenzione che poi va illuminata da dentro. Una candela è sufficiente.

Il disegno sul foglio ormai si è placato. Io resto felice e senza pensieri. Fuori una zucca vuota ghigna nel buio e dovrebbe far paura e invece ridiamo. la sanità dell’allegria toglie potere alla cattiveria. Rende inoffensive le zucche vuote.


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