studia

wittgenstein
Illuminato da una voce che brilla alta sta il cielo e sono navate, giorni, volte, chiglie rovesciate al sole. La voce rilucente in raggi di note tiene nuvolette celesti appese a fili d’acciaio che galleggiano qua e là sopra il capo degli attori. Le variazioni di intensità e di colore delle luci fingono le stagioni che passano nel volume sonante del teatro dell’opera al ritmo degli avvenimenti: amore, tradimento, risorgimento, ritrovamento, espiazione, ancora amore, maturazione, vecchiaia, lavoro, fatica, lotta, vittorie e sconfitte, bilancio e morte. La voce dice “Studia”. È un suono chiarissimo. Studio la storia dell’infinito. Che è una strana cosa. Che dicono si percepisca quando si vuol concludere la narrazione di cose ‘finite’ (discrete). Leggo che, in Logica(*), il discorso a proposito dell’infinito permette di comprendere la meta/comunicazione: il parlare di ciò di cui non si può parlare. Esistono cose che il linguaggio dice siano indicibili. Allora succede che le parole nascano sul confine di quelle cose. Allora, penso, la luminosità di una superficie spinge a fermarsi per dire che essa ha generato un arresto: e che solo il senso di quell’arresto -quando e dove tutto ebbe inizio- è ciò che possiamo dire mentre la luce splende ancora. La voce diceva “Studia”. Ora dico che ne fui spinto. Non oltrepassai mai il confine. Non infransi lo specchio dell’onda acustica. Oggi, quello che è, sono gli echi. Che confronto con le cose, un po’ tutte.
(*)la Logica è una scienza, si sa.
Categoria: Gioia