SHOESHINE
Le tue mani sono i ragazzini nei cortili delle case popolari che corrono a sciami su di me.
I polpastrelli chiacchierano irresistibilmente sui pianerottoli dove si giocava a dama seduti sugli scalini la luce bianca sfarinata in testa e niente nei pensieri che vuol dire niente che venisse dal futuro a farcisi contro.
Da ragazzini il futuro era arreso ai lucernari assolati e dico questo perché i raggi di sole non hanno un colore e il futuro neanche quello è un tempo perché in verità è sempre stato niente.
Per questo non mi preoccupa neanche adesso che vivo sulla soglia di questo amore, appartamento d’una casa popolare, le tue mani come grattacieli a proteggermi dal sole, le tue dita sul piazzale della mia schiena a carezzare.
Poiché ora è allora che si è disteso succede che ora, come allora, il tempo non fa paura e ci sono semplicemente ancora io, su quegli scalini, che osservo me, qui, come sono diventato (come il tempo mi ha fatto).
Dico che le tue mani sono cresciute come si costruiscono le case e io l’ho vista la costruzione delle case, ho proprio assistito alla costruzione e all’ innalzamento di tre palazzi mentre passavo dagli otto agli undici anni e ogni giorno durante quegli anni ho parlato con i muratori e ogni giorno passavo le ore a guardarli lavorare….
Le case salivano al cielo senza posa e cosi si può dire che io crescevo insieme allo sviluppo urbanistico e imparavo a misurare le velocità differenti con le quali le case ed io ci avvicinavamo ai celesti trionfi della ricostruzione urbana e dell’ingegneria sessuale.
Mi sono salvato dal provincialismo restando in quell’impero di mezzo, nel fulgore di un mondo distopico che si costituiva tra afflati edilizi, metabolismi adolescenziali e nuvole grigio-azzurre che evaporavano dal cemento dei progetti di edilizia popolare e dall’impasto di desideri fatti di sabbia acqua e calcina.
La cima di quei palazzi che dal nulla salivano era una frontiera tra dio e le maestranze mie.
Considerai infatti gli operai, per tutti gli anni che durò la costruzione, una mia proprietà personale dal momento che mi attribuii (e attribuii loro) una reciproca assoluta appartenenza.
Fui ripagato dalle abbaglianti figure dei compagni muratori che non si dettero per vinti fino a che non gridarono via la fatica, a squarciagola, tutti insieme come un coro sull’ultimo solaio che sventola tutt’oggi lassù da sessant’anni come la mia bandiera.
Si può dunque esser certi che io abbia assistito all’edificazione di New York. E che è a New York che sono venuto su naso in aria passi distratti con l’erba trai piedi a lustrarmi le scarpe. Io stesso uno sciuscià*. Pubertà neorealista. Gioia di vivere.
Quando entrai nel tessuto della città reale, drusciando le suole sull’asfalto che portava da casa al centro, ormai la frontiera mi aveva preso e formato e come si sa non ci si può far niente, dopo: i primi anni sono quelli che contano.
Oggi ogni corpo di donna è anche lui una frontiera.
Intelligenza e salvazione dagli obblighi di un ex lustrascarpe. Oggi testa di cuoio in lucido abbandono.
(*) Sciuscià è la deformazione popolare dell’originale termine inglese shoeshine = “lustrascarpe”