senza condizioni (2)
La voce è in piena luce. Ha toni alti di disperazione, sospiri carezzevoli, arabeschi crittografici a custodia di segreti.
Quando refluisce in gola e cade a precipizio nei gorghi dell’ultimo suono è ferita. Che sarà di noi allora nel continuare?
Schiarendoci la voce la nostra anima si seppellirà sotto foglie cadute.
Il sole a lungo rimbalzerà su tombe di silenzio vegetale. Rinasceremo?
Nella attuale società degli aperitivi le voci si deformano dentro scarpe di ordinanza.
Nero lucido di vernice. Suole di legno.
Le voci congelate dalla demodulazione acustica hanno unghie aguzze a sfregiare il viso.
Per ciascuno ferito sotto le foglie il limite della resistenza all’apocalisse fonetica sarà diverso.
Perché diversa fu la nascita. Diversa la capacità di immaginare.
Il soggetto fonda la propria giurisdizione: ma la materia fonda il soggetto.
Nel passaggio da feto a neonato i legislatori dovranno cercare l’originaria umanità, il nuovo essere umano oggetto di formule del diritto ancora inesplorate.
Le voci dicono che tutti gli uomini sono diversi. Vanno tutelati perché il peggiore non aggredisca -giustificando i propri delitti- con l’inevitabile odio contro una preordinata ingiustizia.
La legge deve dire che sano e malato non hanno a che fare con la morale.
L’arte deve sostenere l’ingiustificabile che la bellezza è dittatoriale.
Nella stanze dei colloqui, in ogni luogo, sedute sulla terra, o su tappeti, o ben piantate su poltrone nuove, le persone non cercano soluzioni di valore universale.
Cercano la legittimità dell’io per sentirsi responsabili dei propri variabili imprevisti pensieri.
La garanzia del diritto ad essere e pensare è perché ci saranno differenze insostenibili. Una distribuzione ingiusta dei pregi.
Dobbiamo chiedere allo studio dei territori semidesertici dell’altopiano perinatale la chiave del destino dei singoli.
Vasta non può essere soltanto la letteratura della fine.
Incondizionato deve rimanere l’anelito alla possibilità di distruggere il male compiuto dalle credenze.