razzismo

25 Ottobre 2018 Lascia il tuo commento

Stretti edifici addossati sono componenti architettonici del ghetto. Un rosario di muri color ambra vecchia stinta e affocata. Litanìe di appartamenti tengono insieme una popolazione accorsa là da tutti i punti cardinali. Vengono da ogni dove incrociandosi in tutte le stanze del quartiere. Un popolo che è una città dentro un’altra. Edifici di dieci secoli. Un’idea urbanistica recita a memoria rettangoli magri affiancati tutti uguali come semi in un solco.

Questo popolo è tracciato sul planisfero dalla scia del pensiero chimico delle liturgie condivise. Esse riguardano essenzialmente la preparazione del cibo, che deve essere adatto, e la recitazione delle preghiere, che deve rispettare un’onesta intonazione. Sconosciuta e sfuggente.

E non c’è misticismo: pregare è celebrare con l’apprendimento a memoria il punto di svolta nella successione delle rispettive millenarie genealogie. 

I figli ultimi di quella generazione stanno tutti nelle case e insieme tutti lungo le strade e parlano parlano parlano con toni variabili ininterrottamente e mentre le parole salgono al cielo loro hanno gli occhi penetranti alla strada tutta donne affaccendate e uomini golosi. E sono tutti insieme gli spettatori e le persone in tragedia.

Questi agglomerati ebraici traboccano di intelligenze vivaci. L’aria intellettuale sa di  curry piccante. Le strette cucine ospitano libri nel fumo dei bolliti. Per il tetto risuonano di riflessioni su scopi perituri e imperituri, e dentro le stanze rimbombano, al contrario, del sarcasmo di una tosse antica trattenuta. 

Gli amanti sanno amarsi con la stessa passione che ognuno, donna o uomo, nutre per i propri dubbi segreti. L’amore ci guadagna perché il dubbio permette la continenza e smorza il morbo della stupidità sentimentalistica. 

Non incautamente, sempre, tutti, accumulando sassi sulle tombe e pietre sulle fondamenta, procedono a costruire, con presunzione aggressiva, terrazze che dalla riva del mare veleggerebbero verso il largo.

Vogliono tutto da tutti. Non sono conformemente buoni. 

Li puoi vedere poveri sempre perché si indebitano con prestiti a usura per sostenere l’aspirazione insaziabile alla completezza che è nella loro natura.

Così gli tocca dormire nel confine tra cielo e mare sui tronconi di ponte che sono le loro vite individuali protese verso un blu tanto scuro da rischiare la confusione col nero.

Così tu. Un intero popolo per quel che mi riguarda. Chiaro ai miei occhi il tuo essere uguale a me nello svolgersi ordinato di una medesima serie di evenienze strutturanti.

Questa appartenenza ad una medesima etnìa mi tiene chiuso nel ghetto di una passione e mi leva il bisogno di ulteriori generiche condivisioni con chiunque. 

È un razzismo contrario. Mi esclude dal resto. Li vedo tutti uguali. Li lascio liberi. Reclusi oltre il reticolato del mio disinteresse. Infreddoliti al sole. Differenti da noi. 


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