qualcuno aspetta le parole
Una nave va agli incroci tra luce aria orientamento e sogno. Tutto avviene in silenzio.
La maestria del comando si diffonde per un reticolo di intese che cadono sulla gente di mare come cade la notte sulle case in terra.
Non si deve fare niente. Non si deve decidere niente. La gerarchia rispetta potenze oceaniche e riposa le volontà. Toglie la superbia.
Il lavoro dei marinai è un volere imprecisato. Un indolente riconoscere che si è vivi per concessione.
Il silenzioso esistere di quel padrone azzurro sotto la chiglia è una narrazione in cui l’eroismo è l’inazione di lasciarsi portare.
Lasciato l’ormeggio c’è lo strappo dal molo. Ma presto si scopre che la navigazione ha tanti approdi quanti sono i naviganti. Che il suo fine è consentirne la libertà.
Che è l’aria che si respira tra quei viaggiatori eletti. Un popolo il cui esilio si consuma per condivisione di oscillanti stati d’animo.
Non è il cuore dell’innamorato coraggioso che si sviluppa navigando. È la legittimità delle anime neonate. Solo dopo viene l’oggetto d’amore.
Navigare è buongiorno mentre lei non c’è. E non morire. Riposare nel sogno di un deserto. Fidare nella cavalcatura insonne che ci porta.
E intanto preparare le parole. Nelle quali rinasce insieme a noi l’oggetto che ne è il destinatario.
È nella natura del corpo addormentato la legittimità del sogno. È nelle carezze mute la matrice del linguaggio. Non viceversa.