poi
Perché il neonato che piange un poco e poi subito si placa viene ricordato solo per quel breve pianto?
Perché si vuole che il pianto sia il tono della vita? Perché non il sonno? I momenti di quiete? I silenzi?
Non c’è preponderanza del pianto nell’infanzia. C’è una preistoria di balbettii e scarabocchi.
E del primo anno la cultura annulla tutto. Ne condanna l’incoerenza. Ne evita l’espressione.
L’omertà dura il secondo anno e il terzo e dopo. L’omertà è cemento della ragione.
I primi mesi resteranno eternamente scarabocchi sul piano e suoni dolci e aspri nell’aria.
Essere adulti implica e prescrive di escludere dall’oggi l’attualità eterna di quei segni.
La comprensione ha la premessa di una eradicazione. La scrittura smarrisce i suoi tratti primitivi. Le parole l’eco dei vagiti.
Il pensiero arriva ultimo. Civile. Un corvo sui fili. E piena stridendo il primo anno.
Dice: il primo anno, l’origine, è pianto e disperazione. E cancella.
Toglie col nero l’immediata esperienza di un riposo dopo il grido. Del sonno nel calore.
Incomprensibile.
Poi, sull’orizzonte magro dei fili si alza educato ma minaccioso un gran parlare: di civiltà, di cultura….