poi

19 Febbraio 2019 Lascia il tuo commento

Perché il neonato che piange un poco e poi subito si placa viene ricordato solo per quel breve pianto? 

Perché si vuole che il pianto sia il tono della vita? Perché non il sonno? I momenti di quiete? I silenzi? 

Non c’è preponderanza del pianto nell’infanzia. C’è una preistoria di balbettii e scarabocchi. 

E del primo anno la cultura annulla tutto. Ne condanna l’incoerenza. Ne evita l’espressione. 

L’omertà dura il secondo anno e il terzo e dopo. L’omertà è cemento della ragione. 

I primi mesi resteranno eternamente scarabocchi sul piano e suoni dolci e aspri nell’aria. 

Essere adulti implica e prescrive di escludere dall’oggi l’attualità eterna di quei segni. 

La comprensione ha la premessa di una eradicazione. La scrittura smarrisce i suoi tratti primitivi. Le parole l’eco dei vagiti. 

Il pensiero arriva ultimo. Civile. Un corvo sui fili. E piena stridendo il primo anno.

Dice: il primo anno, l’origine, è pianto e disperazione. E cancella.

Toglie col nero l’immediata esperienza di un riposo dopo il grido. Del sonno nel calore.

Incomprensibile.

Poi, sull’orizzonte magro dei fili si alza educato ma minaccioso un gran parlare: di civiltà, di cultura…. 


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oggi che il corpo che mi precedeva eri tu
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