non può essere reso cosciente

23 Febbraio 2013 Lascia il tuo commento
Miguel Conde (http://artodyssey1.blogspot.it/2011/04/miguel-conde.html)

Miguel Conde
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Non può essere reso cosciente” Mi dico che “non significa che non può essere conosciuto“. Anzi, addirittura la relazione tra coscienza e conoscenza è al centro dell’azione globale della vita mentale. C’è una conoscenza aderente al compiersi del pensiero. Un tunnel in cui ci si infila, ma che anche scorre da dentro a fuori di noi e continuamente ci attraversa tornando appena differente ma ‘sempre’. L’immaginazione non è volontaria. L’io può tacere a lungo. Fino ad un anno, e poi oltre. Il pensiero verbale può essere trattenuto, e intanto cambiare continuamente, a contatto con l’aria che zampilla dal mare delle sensazioni. La coscienza progredisce e si orienta per le strade, e molteplici variabili da scegliere fluttuano attorno a noi come profumi di laboratorio e di alta manifattura.

La vita mentale complessiva è fatta in modo da non affrettare troppo l’apprendimento del mondo. Almeno non l’apprendimento generale del mondo in generale, del mondo non solo naturale. Bisogna non infrangere la rete delicata dei fili di dati danzanti, che circonda e abbraccia fluida la coscienza. Che circonda e avvolge la coscienza mentre avanza negli snodi: i bar, gli amori, le distanze, i viaggi, la scuola, le ingerenze, i successi. La gelatina nutriente del notiziario che la coscienza attraversa, crea una progressiva intima confidenza in ciascuno di noi, una confidenza di sé con sé, che fa l’io come la funzione di tale confidare in noi. È, e deve essere, un confidare in assenza di pause. Le pause sarebbero lesioni.

Che sarebbero lesioni si capisce quando celebriamo il sonno. In quel delizioso cedere il controllo, nel deliquio che perde la coscienza e mantiene i sensi. Nel sonno l’io dilaga, e dilaga il riposo, e la confidenza acquista la consistenza dei tessuti e delle pelli distese tra il corpo e il pavimento. La confidenza del sonno si configura diversamente secondo le civiltà, e la civiltà si distende nei riti delle camere, delle tende, dei baldacchini o delle stufe, delle pelli o dei tappeti, degli arredamenti delle stanze create e preparate perché in esse una nostra non cosciente identità possa trascorrere al meglio  la notte. Secoli e secoli di storia in guerra e in pace traversati dal sonno ininterrotto, dalla funzione di vicinanza al proprio corpo attraverso il calore rimandato dai ripari. Ora la cultura si occupa del pensiero implicando il periodo del sonno come civiltà dell’io.

A partire dal sonno ci si è svegliati con il sogno che l’indagine debba ricadere sulla coscienza. Sulla sua fragilità che è conoscere poco e male. E sulla sua  incoerenza e frammentarietà. E chi potrà indagare di diritto sulla coscienza, se non l’intero complesso del mondo sociale? E’ necessario capire la necessità di tale affidamento della ricerca sull’io cosciente al gruppo organizzato dai meccanismi della coesione collettiva, perché sono i lacci delle collettività che da sempre tengono saldamente la capacità conoscitiva e di conquista dell’ambiente naturale della specie. La civiltà ha la socialità per la protezione dei dormienti, per la protezione e l’incremento della qualità dell’io quando si sviluppa nella fiducia nei guardiani. Gli amori stessi forse sono sentinelle del sonno. Poi, il giorno, che è il riposo dei guerrieri che ci hanno consentito di dormire sicuri, il fiume d’aria che colpisce le sensazioni, per una conoscenza non cosciente del mondo (umano e naturale), zampilla nelle cerimonie quotidiane. La vita sociale.

Il potere ha in se stesso una certa dose di pericolosità per la fisiologia del progresso della conoscenza non cosciente. Il potere, in genere, forse sarebbe meglio dire sempre, distrugge la tela con le imposizioni e la dittatura culturale, porta il conformismo durante il quale la coscienza viene essiccata sugli stocchi all’aria e al sole. Allora diventiamo cimeli e possiamo solo testimoniare e testimoniare e testimoniare, ciondolando la testa secondo il beccheggio di una allucinazione di navigazione e raggiungimento. È la liturgia. Ora l’indagine sulla coscienza è dunque indispensabile, perché la pretesa del potere, in genere (….sempre?), corrisponde a forme di disturbo della personalità e tale distorsione non pare risentire favorevolmente di trattamenti classici.

L’impegno, gli amori della dedizione, l’ascolto, di fronte all’atteggiamento che tende al mantenimento dello status quo, si scontrano con coscienze alterate, interamente deformate e però senza strappi evidenti. I potenti hanno appreso attitudini disarmoniche, e l’interpretazione, la narrazione partecipata della motivazione invisibile, la rimostranza a favore dei diritti del non cosciente, non servono a nulla. Poiché il disturbo della coscienza dei potenti è una elefantiasi della coscienza. Serve più muoversi nell’ambito della ricerca, intuendo gli inviti e i suggerimenti di una nuova idea di vitalità: la gelatina sulla pelle e a volte una complessa topologia delle tracce cutanee. (IDMEC)

Servirà molto tempo per la lotta alla patologia che sostiene il potere. Irrigidirsi su estremi per la paura di compromessi è solo terrore dei territori intermedi, terrore dell’impero delle righe storte e sfumate dei confini. Le ideologie sono i territori occupati. Terre da difendere accumulando armi di qua, e di là dissapori rancori e vendette.

Invece la mente non è che transizioni.

La relazione tra coscienza e conoscenza è costantemente attraversata e riconfigurata. Forse quell’azione dell’attraversamento alla base del pensiero creativo (del pensiero in genere…) ha a che fare con il fenomeno anatomico e funzionale della plasticità del sistema nervoso centrale. Ci sono innate tali funzioni adatte ad una buona predisposizione verso noi stessi, e negli ambiti della plasticità sta la continuità non rigida, cosicché è costituzionale al pensiero una discreta probabilità di mettere in progetto la bellezza. I percorsi dell’impulso nervoso nella foresta neuronale sono le vie della seta. Durante l’impulso neuroelettrico si svolge una danza degli ioni attraverso le membrane e in essa l’idea di una terra di transizione si amplia. E si amplia l’esigenza di sviluppare un linguaggio corrispondente alle  vicende cromatiche corrispondenti alle funzioni delle transizioni. Poiché le transizioni sono pensieri di cui non possiamo avere coscienza, ma insieme sono il fulcro della conoscenza confidenziale di noi.

Nell’affrontare il nuovo la coscienza cede immediatamente, e i suoi strepiti arrivano al cielo, poi si condensano e ricadono in forma di piogge acide. Benedizioni o scomuniche, che fa! Ci sono gli erranti, c’è il libro, la comprensione la decifrazione e la riproposizione. Ci sono pergole solitarie e donne sole alla loro ombra. Acini d’uva come figlie e figli caduti dal cielo. Uva bianca e uva nera. Figlie e figli mai ugualmente desiderati. Mai amati allo stesso modo. Avendo annullato le transizioni come pensieri confidenziali, perdiamo leggerezza e intelligenza. Ci viene il terrore di non essere mai capaci di amare tutti coloro che amiamo con temperanza uguale, o con uguale intemperanza, conformandoci ad una giustizia che sarebbe equilibrio, che sarebbe simmetria delle ripartizioni d’amore. Questo ci espone alle tentazioni, all’ideologia della coscienza. Leggevo e leggevo e tra tante frasi trovai questa che era convincente. Che ci sono i cubetti di porfido tutti uguali e tutti diversi (M.Fagioli) e penso che sono il mare e la nascita. Penso che la coscienza vorrebbe e potrebbe contarli, ma allora sarebbe stupida e dovrebbe fermarci e farci chinare a terra e creare una lesione delle funzioni della confidenza coerente, della congruenza felice. Ma invece in genere la coscienza cede al linguaggio, e nel portare alla immaginazione un pavimento di una intera città, propone una conoscenza della bellezza che si basa sulla confidenza con le cose.

Ci sono le strade da fare, i territori da attraversare perché la conoscenza è la domanda che costringe alla coscienza. Le parole non hanno un volto e una figura ben definita, perché si muovono continuamente e sono appena sfocate come foto di attimi preistorici, di monumenti precedenti. È prima dei graffiti e delle veneri del pleistocene.

Le parole hanno il fenomeno del pensiero quando nasce dalla materia, hanno il  pensiero alla nascita. Invariato nella specie.


non può essere reso cosciente (2)
www.lescienze.it/news

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