non essere senza te

19 Febbraio 2022 Lascia il tuo commento

Il vuoto tra le cose ha natura differente da esse. Dal vuoto – racchiuso nella parola che lo definisce – noi prendemmo insolente commiato. Siamo cioè una specie che si rigenera continuamente mediante gesti ( linguistici ) di netta differenziazione dal non essere la specie che siamo.

Nell’andare via dai mercati generali troppo rumorosi e nel mettere alla porta squadroni di cavalleggeri che avevano invaso il giardino dietro casa noi ci facciamo rispettare, come si dice.

Sono piccoli movimenti di ricomposizione della testa che si era piegata di lato con ambiguo sussiego poi rapida si erge di nuovo, o eleganti decisioni del braccio che riaccompagnano un lembo del soprabito sull’altro cosicché la stoffa morbida chiudendosi premurosa riaccoglie il corpo che s’ era offerto vicino al e al riparo dal gelo.

Siamo in assoluto figli loro, di quei movimenti inconsapevolmente perfetti concisi e irrevocabili nei quali l’intera nostra anima si dona (e si impone anche tuttavia) da che, un secondo prima, era dispersa chissà dove in un noi generico: sui panni che s’avevano in dosso quasi per sbaglio, tra le fibre di tela grossa dei discorsi borbottati e frettolosi affastellati tra distrazioni e genericità nei caffè lungomare, sempre sul punto di avverarsi che invece, con frane inaspettate, si esauriscono in rapidi ammiccamenti degli occhi che spremono dolci lacrime al sole.

Scaraventati fuori da noi dai gesti di guerra di perentorie esclusioni che abbiamo compiuto proprio noi ma francamente senza averlo deciso – eccoci infine tuttavia certi giorni (ma quale era il prima e il principio?) gridare ‘io non volevo’ nel candore irresponsabile di stracci puliti bianchi come latte che ci fanno da culla sul presepe di cemento di una strada.

La nascita, l’avvento diciamolo pure, è uno scandaloso inciampo e si dovrà, ma un po’ dopo, sostenere l’esposizione al giudizio e l’insolita fama degli applausi delle rondini sopra noi che stormiscono nell’assenso convinto alla ribellione di cui siamo figli e intanto insistono con sublime noncuranza a disinfestare dai parassiti l’interno dell’ala con decisi colpi di becco.

Fissati alle tenaglie rapaci delle loro zampette, stanno, in archi prefissati nell’aria di pietra azzurra, i tozzi fili neri della linea elettrica che porta scintille di civiltà attraverso i campi alle periferie e oltre.

Attorno a noi – scacciati dal buio della passionale pigrizia di un tempo a causa di gesti che di estremo ebbero solo la preponderanza assurda del superfluo – si amplia a dismisura una scenografia dell’umano progresso in mezzo alla perplessa desolante inerzia del regno di natura.

Disegno i rami elegantissimi di legno trasparente nel cielo gelato e accenni di nuvole leggere per dire della benedizione suprema della trascendenza ruffiana e mite dei riti di passaggio che ci consola e ci insegna a guidare l’ansia del pianto in risolini e scherzi e in ‘non volevo, tuttavia, meglio così..’ che siamo grandi capaci di ogni azzardo.

Su quel limitare – tra latte e scherno furbo – ho visto te e non ho visto altro.

Prendimi la mano.


beatitudini preliminari
la vita non basta

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