mozart
Era la nave che vedevi nei miei occhi e la profondità che mi facevi venire in mente graffiando con la voce le parole
“Ciao…. Ciao… Eh ciao sai, bello!”
Perché tu ripetevi sempre certe parole. Per esprimere un esitazione come se non fossi certa che era vero. Che erano vere le cose che capitavano. Che avevi timore di perdere il canto degli usignoli e gli ultimi respiri. Quella esitazione la vita. Non servivano verbi per te. Io mi trovo con solo le parole dei nomi delle cose.
Nuvola fieno fumo onda chiglia serbatoio capelli rughe volti polpastrelli libro linee matita figlia mare neve. Ho urgenza di dirti la felicità del mantice della fisarmonica disteso nel respiro delle mie braccia per prendere la spinta. E che poi si suonerà e si ballerà insieme nonostante questi tempi bui.
(I peggiori tempi questi, davvero. Si questo è il peggior fascismo di sempre. Ben conservato ben protetto ben mimetizzato elegante. Fascismo vellutato. Buio di gabardine Tempi che il fascismo si è fatto bello. Sta sviluppando un’estetica misurata. Quasi elegante. Addirittura elegante. Non c’è più differenza con un certo garbo ed una certa sufficiente beltà. Neanche sono più beceri. Neanche sono più coscienti. Fascisti in buona fede di democratici. Capirai.)
“Bello qual buon vento bello. Bello fuori tira aria cattiva vero? Bello bello. Cattiva vero? Davvero davvero si. Resta. Resta qui.”
Non bastano più i comuni presidii diagnostici. Già. Ma si ballerà io distendo le braccia per far respirare la fisarmonica e per poter spingere con tutta la mia forza. Allora il mantice fa il vento che spazza via i pensieri e ruota sulla pista le femmine e i maschi forti ed eretti: tanto è un sogno.
Come faccio a dire dell’esitazione nella voce della donna che avevo sempre amata. Amata e costruita così bene, come l’intelaiatura del modello di nave che si fa con pezzi di legno di pane. E così si va. Incontro alle chiglie, incontro allo scuro delle vernici dense, che vennero stese con una forza sovrumana da giganti di due metri, arrampicati, arrampicati lassù. Giganti altissimi, i più alti tra gli uomini,
“Ma belli, ehi belli belli sai! Belli davvero.”
Così avresti detto tu che vieni accanto a naufragare la noia contro lo scoglio di ferro della chiglia nera. Sono gli occhi che vedrai se guardi la chiglia. Se ripeterai la chiglia con stupore.
“Ehi bello una chiglia una chiglia sai, una chiglia nera e forte inarrestabile. Montagna montagna. Montagna di chiglia ehi bello sai.”
Tu questo dirai. Io penso che non mi annoio mai con te. Ma non dico il pensiero verbale che allora diventa altre cose. Diventa tenerezza. Non detto cambia e si rivolta e gira altrove. Le tue ripetizione diventano idee di nostalgia di averti disegnato così bene e costruita. E spogliata adesso agli occhi.
Eeeh si! Ripetevi certe parole senza criterio grammaticale ma con molta intensità. Con il broncio di una ragazzina quando non si era rotto l’amore per uno sgarbo di impaccio. E il broncio era pieno di felicità capitata sul viso appena stavi per cadere nella disperazione. Ma improvvisamente invece di piangere avevi deciso di ridere perché per l’appunto l’amore non si era rotto. E sul viso avevi il pianto e la decisione di ridere insieme tutti e due. E si capiva che stavi bene tra le braccia inerti delle lacrime.
Perché lui aveva capito che lo sgarbo era per impaccio. Per troppa forza dentro te che lui aveva scatenato da fuori. Precisamente dalla terrazza delle sue labbra morbide di legno-pane che, bisogna saperlo, è il materiale più adatto per costruire modelli di navi. Lui dunque aveva capito. E tu:
“Ehi bello hai capito hai capito allora meno male meno male. Ehi sai…”
Così tu. E allora, e dunque, di conseguenza, io mi dico:
“Ecco per questo non poteva essere vero di perderci. Neppure alla fine.”
Categoria: Gioia