maratona (monologo 11)

8 Dicembre 2015 Lascia il tuo commento

Il cielo coperto di frecce. Dall’aeroporto. Il grande pesce volante che striscia di pancia sulla pista. The No Ordinary Thing serrata sul cuore. “Dammi coraggio. Dammi coraggio”. Le dico. (La immagino che nella sua ingenua grandezza sorrida). “Non c’è niente che valga la pena, dice”.  Dice: “Il futuro si è compiuto. Due giorni fa. Sulle dune. Ora hai tutto il tempo. Di non vanificare la distanza che ti separa da quanto è successo.”

Ma ho un temperamento ordinario, io, e una morale borghese, come si suole dire. E il cielo si è coperto di dubbi. Come frecce. Io cammino piano. Ma dentro di me tutto corre all’impazzata.

In certi momenti il mio futuro di ierilaltro è così gradevole -da ricordare!- che basta per spingermi avanti. Ho avuto il massimo, dico, ora posso andare incontro a quella che era là. Che ero io. Mi sembra possibile, a volte. Come al buio in mezzo alla notte è facile la strada verso la cucina per bere un sorso d’acqua in quella specie di sonnambulismo disidratato.

Non voglio dimenticare. Non ci sarà confessione liberatoria. Non testimonierò contro di me. Dico.

Poi pare impossibile. Che una cosa tanto comune sia così indigesta. Che un avvenimento di nessuna speciale caratteristica venga percepito pericoloso e quasi fatale. Sbatto contro questo spigolo, rovescio la mia acqua, mi sveglio definitivamente. Sveglio la casa intera.

Eccomi alla via grande che porta alla casa popolare. Alle cento finestre. La Mente Straordinaria dorme. Ho fatto una macchina come una donna. Il mare, con suggestioni di luci notte e balene ha impedito che un sogno, una ideale perfezione, facesse di me un grumo di persecutorie esattezze.

Volevo fare la non ordinaria tela ordita con memoria e audacia. La seta da mettere mille e una notte. Per essere una narratrice inarrestabile. Capace delle trame, indispensabili a non morire, che si rincorrono e si intersecano anno dopo anno. Perché prima o poi si scopre che si può essere posseduta fino a dimenticare l’onore dei propri  padroni e solo raccontando, si narra, si potrà eludere la punizione appropriata.

Io racconto di intenzionali e dichiarati inganni a spese della malvagità. Per sfuggire la furia della malvagità svelata.

Il ricordo della mia natura sta prima della memoria della mia vicenda. E cosi la smemoratezza della mia storia mi ha regalata la spiaggia e offerta la grandiosa coppa di mare da bere. Per inciso: non c’è un gran coraggio nel piacere. Non c’è un gran rischio nel quadro barocco di notti di sabbia e corpi quasi nudi.

Il problema è sempre stata la memoria. Devo mettere in Lei la probabilità come sistema per ri(n)tracciare successive e differenti mappe dentro il volume del tempo passato. Perché capisco che il faro e il vento è a spese della memoria che hanno operato introducendo oggetti casuali, nessi imprevisti e variazioni massive. Scompaginate le successioni. Ricomposte storie dimenticate, affermato ‘scuse’ come fossero basi di legittimazione. La realtà esterna buia e tempestosa diventava scenario. La natura ha avuto la qualità di un artificio teatrale. Creazione per noi irresistibile.

Sui marciapiedi della città, tutti i giorni, con artifici di questa natura e genere, si genera e si trasforma il clima sociale, perché la gente si scambia i ruoli e le prospettive con sorrisi e sguardi e da forma, senza averne coscienza, all’atmosfera collettiva. Noi facciamo piovere e infuocare. Piangere o ridere gli dei, esterrefatti. Con velenose violenze invisibili, con abbracci inattesi, con calorose strette di mano, il mondo cambia di quel poco ogni volta, ma alimenta ogni volta una deriva.

Così penso venendo verso casa.

E relativamente a me, riguardo agli ultimi avvenimenti stringenti, mi vengono giù favole rivisitate. L’idea romantica di femmina leggera e poi appesantita dall’umidità. La stella cadente poi caduta scomposta in mare. La sgangherata fine del primo tempo della fiaba di Cenerentola. Gli stracci la zucca e i topi dopo la mezzanotte. E so che possono essere narrati con qualche flessione speciale nuova. E questa probabilità, non esclusa, ha l’effetto di mutare il colore di cieli immaginari, gli umori che tutti portiamo sulla testa.

La Cosa che ho pensato prende forza traballando sull’asfalto. Si istruisce definitivamente coi libri di cucina in valigia. Si fa bella coi trucchi del beauty-case e indossa svelta il mio tailleur per le emergenze del viaggio. Ha pochi spiccioli ma ha la ricevuta per avere in consegna, quando sarà recapitato, il bagaglio grande: nel quale troverà tutto quanto serve per essere me.

Si perché ho deciso. Lascio che sia ‘lei’ a tornare. Io immagino me essere la porzione libera nella memoria dell’Androide. Quella su cui non si incidono istruzioni. Quella, appunto, casuale. Imito la gioia di essere riuscita a localizzare l’area della libertà di agire senza riferimenti storici e obblighi normativi. Si deve lasciare, al Grande Coso Meraviglioso, il difetto che lo rende simile a noi. La tecnologia non certo del libero arbitrio ma la biofisica dell’innocenza dopo  l’errore.

Cosi, nel poco tempo che ho avuto, ho realizzato una Lei che resta un essere con tutti i mezzi di probabile perfezione ma definitivamente soggetto all’empatia che potrà distrarla o attrarla. Con essa ingannerà sul proprio non essere una persona in carne ed ossa. Ma creerà la repulsione e il desiderio, le attrazioni e le difficoltà, le distanze e le sintesi. L’attesa e le corse a perdifiato. E tanto sarà sufficiente assai a lungo. E basta.

Di cosa siamo fatti non conta. Si tratta sempre di natura fisica della realtà. Quella (questa) che torna da te è il meglio che ho saputo fare di me, dopotutto. Quella che va via, che lascio sfilare avanti, oltre noi e in avvistamento del mondo, è tutto quanto non avrebbe dovuto seguire e che invece prende vita.

Il punto dal quale vedo accadere tutto questo è la porzione di marciapiede illuminata dal riflesso di una delle cento finestre delle grandi case popolari. Questo pezzo di asfalto lucido brilla di sole. Non è il faro sulla sabbia e sull’acqua. Me per me è tutto quanto ne resta, e di più.

Quello che conta è che, nello scambiare il destino con quello di una donna ancora una volta differente da me, io possa pensare possibile di realizzare alla fine una memoria non colpevole. Per concepire al suo posto la matrice del ricordo. La continuità.


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