con la luce nelle tasche
La retorica è una finzione. Parlavo troppo. L’eccesso illusionistico era aria fredda, rarefatta.
Andare avanti così era una sfioritura sulla pietra gelata di un isolamento.
Così mi sono appassionato alle astronavi. Al rapporto tra ala e aria. Alle domande di ingegneria aerospaziale.
Quanto grano per l’inverno? Quanto amore per il viaggio? Quanta luce nelle tasche?
Domande non retoriche: quanto è lontana, da qua, la mia vita? Chi si addormenta muore.
È la Milleeunesima Notte. La Luna è accesa sul giardino. L’Enterprise è un’elegante astronave da allunaggi.
Ho fame e freddo. Mi stringo a quel palazzo sulla spiaggia di lancio. La rampa che culla l’astronave cullerà anche me.
L’astronave è millefoglie e cacao!
La favola contiene l’invenzione che mi toglie la fame. L’invenzione non è un’illusione
Poi ho visto accendersi le luci artificiali. Ascoltato il conto alla rovescia. L’annuncio della morte.
La nave è stata varata. La rampa piegata di lato dalla spinta.
Eppure se io ancora vivo è per essere stato resuscitato dal tormento di un lancio temuto fatale.
E splendo di nerofumo -in mezzo ai petali incandescenti di una rampa incenerita- come un fiore del deserto.
Si può sperare nell’indecenza della disponibilità. Tentare l’intelligenza della presenza.
Realizzare la cura e fidarsi di lei. Fare la scoperta di fidarsi grazie a lei.
La luna vera ha un candore che non è per niente retorico. È la vita e la morte.
Per tutto quanto nella vita è accaduto fuori di retorica ho questo viso annerito dal fuoco della paura.
Però questo l’ho capito: non si tratta di vivere perseguendo la verità se la luna esista.
Ma di saper che farne, di tutto quel chiarore.