l’opera viva e il profilo dell’acqua

questo volevo raccontarti anzi chiederti se ti è mai capitato di vergognarti ma di una speciale forma di vergogna la vergogna della propria infelicità
io ci sono capitato in questa condizione d’animo ed è impalpabile e quasi inavvertita
qualcuno mi aveva fatto balenare davanti agli occhi un di più di felicità possibile
non so perché
la responsabilità d’essere felice mi è sempre sembrata un imperativo ineludibile
e sempre diventa una fatica risalire i gradi di deriva che mi avevano portato fuori rotta diciamo
dev’essere per via di una qualche incapacità di perdonarmi infatti
“…. Perdonati… ”
diceva la ragazza e a me pareva di farlo
disse
“occhi tristi”
inciampando fece rotolare sulla strada
“…. opacità…”
e la cosa diventò assai dolorosa e lì per lì fuori della mia portata
ʻvergognoso della mia infelicitàʼ così trovata restai un bagnante di gennaio
con quel mucchietto di parole che mi si andavano congelando tra le mani
la vergogna dellʼinfelicità ci espone ad un impreciso programma di futuro nascosto in angoli sassosi dietro ortiche
non mortifero il veleno dellʼortica si insinua in aree superficiali
e toglie la consolazione di gesti eroici
perché lʼinfelicità è lʼopposto del sublime
“… come il sorriso della vita si trasformasse in un ben recitato sarcasmo…”
si risolve in un fastidio lʼopacità evidente della vergogna
penso non riguardi i territori di senso della colpa
ma quelli apparentemente meno gravosi della perdita di bellezza
si sviluppa nel pensiero silente un fuori-tema esistenziale
che senza essere naufragio prelude tuttavia allo sconquasso dellʼopera viva
– che fruscia sotto la linea di mare e descrive la barca –
lʼanimo irritato dallʼortica allʼangolo dʼuna curva inattesa di una piega storta di una ipotesi esclusa
e lʼacqua allo scafo leggero lungo la linea di vernice lucida e bianca tra azzurro e azzurro
e inclinazioni dʼalbero da misurare
e corde
corde a cui si varia continuamente la tensione
lʼidea della tensione recuperò la vitalità del movimento
e la disaffezione a me stesso si sciolse
mentre liberato dalla stretta acuta di un angolo di strada
rinascevo clochard sorridente perché avevo perso lʼimpaccio della compostezza preventiva
sʼero divenuto infelice era vicenda da srotolare al contrario
come una parola mal pronunciata in senso invertito cambia suono
e non è mai stata quella che percorsa in senso opposto pare nuova come mai ci fosse stata
il pensiero contrario riavvolgendo il tempo svicolava via dal sarcasmo
un grido di delfino irridente si prese gioco di me e mi accolse tra azzurro e azzurro
ed ero una linea ben disegnata con una vernice bianca lucida firma dʼuna mano sconosciuta
questo mʼè venuto in mente di sapere da te
se ti pare che questa malattia della vergogna dellʼinfelicità ti sia mai capitata alle orecchie
soffio o tempesta che dir si voglia
se può essere che mi fidi di noi a chiederti
– soffio sussurro o non grave pena che sia –
di noi stessi
Risolvere la vergogna domandando
aggredirne la natura, della vergogna,
affidando a richieste una già accesa precarietà con un abbraccio goffo.
Era sparito il sarcasmo dʼuna recitazione troppo ben riuscita
e come sorgesse il sole mi ero svegliato al cospetto di me materia silenziosa ma non muta.
Avrei potuto chiamarmi come una poesia
se non fosse che darsi il nome è troppo furtivo risveglio
il tempo della luce che filtra e scompone la ragnatela al fondo dellʼocchio
si misura in gradienti che non stanno dentro una durata
e la carezza non sta dentro la mano
e ciò che si dice è un accidente che non stava altro che nella possibilità dʼessere detto
e lʼinfelicità non casa non nascondiglio o scusa invece sospetto di vergogna
che può nascere imprevista come si intuisce.
Non è finita
e ancora nella mente il niente del pensiero senza figure è solo tempo
labbra che dicono le cose che non furono mai dentro
le labbra eppure scivolano come una linea di vernice lucida
e forse le parole erano la curva del sorriso che arrossisce
spudorato.