l’opera viva e il profilo dell’acqua

30 Settembre 2010 Lascia il tuo commento

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questo volevo raccontarti anzi chiederti se ti è mai capitato di vergognarti ma di una speciale forma di vergogna la vergogna della propria infelicità

io ci sono capitato in questa condizione d’animo ed è impalpabile e quasi inavvertita

qualcuno mi aveva fatto balenare davanti agli occhi un di più di felicità possibile

non so perché

la responsabilità d’essere felice mi è sempre sembrata un imperativo ineludibile

e sempre diventa una fatica risalire i gradi di deriva che mi avevano portato fuori rotta diciamo

dev’essere per via di una qualche incapacità di perdonarmi infatti

“…. Perdonati… ”

diceva la ragazza e a me pareva di farlo

disse

“occhi tristi”

inciampando fece rotolare sulla strada

“…. opacità…”

e la cosa diventò assai dolorosa e lì per lì fuori della mia portata

ʻvergognoso della mia infelicitàʼ così trovata restai un bagnante di gennaio

con quel mucchietto di parole che mi si andavano congelando tra le mani

la vergogna dellʼinfelicità ci espone ad un impreciso programma di futuro nascosto in angoli sassosi dietro ortiche

non mortifero il veleno dellʼortica si insinua in aree superficiali

e toglie la consolazione di gesti eroici

perché lʼinfelicità è lʼopposto del sublime

“… come il sorriso della vita si trasformasse in un ben recitato sarcasmo…”

si risolve in un fastidio lʼopacità evidente della vergogna

penso non riguardi i territori di senso della colpa

ma quelli apparentemente meno gravosi della perdita di bellezza

si sviluppa nel pensiero silente un fuori-tema esistenziale

che senza essere naufragio prelude tuttavia allo sconquasso dellʼopera viva

– che fruscia sotto la linea di mare e descrive la barca –

lʼanimo irritato dallʼortica allʼangolo dʼuna curva inattesa di una piega storta di una ipotesi esclusa

e lʼacqua allo scafo leggero lungo la linea di vernice lucida e bianca tra azzurro e azzurro

e inclinazioni dʼalbero da misurare

e corde

corde a cui si varia continuamente la tensione

lʼidea della tensione recuperò la vitalità del movimento

e la disaffezione a me stesso si sciolse

mentre liberato dalla stretta acuta di un angolo di strada

rinascevo clochard sorridente perché avevo perso lʼimpaccio della compostezza preventiva

sʼero divenuto infelice era vicenda da srotolare al contrario

come una parola mal pronunciata in senso invertito cambia suono

e non è mai stata quella che percorsa in senso opposto pare nuova come mai ci fosse stata

il pensiero contrario riavvolgendo il tempo svicolava via dal sarcasmo

un grido di delfino irridente si prese gioco di me e mi accolse tra azzurro e azzurro

ed ero una linea ben disegnata con una vernice bianca lucida firma dʼuna mano sconosciuta

questo mʼè venuto in mente di sapere da te

se ti pare che questa malattia della vergogna dellʼinfelicità ti sia mai capitata alle orecchie

soffio o tempesta che dir si voglia

se può essere che mi fidi di noi a chiederti

– soffio sussurro o non grave pena che sia –

di noi stessi

Risolvere la vergogna domandando

aggredirne la natura, della vergogna,

affidando a richieste una già accesa precarietà con un abbraccio goffo.

Era sparito il sarcasmo dʼuna recitazione troppo ben riuscita

e come sorgesse il sole mi ero svegliato al cospetto di me materia silenziosa ma non muta.

Avrei potuto chiamarmi come una poesia

se non fosse che darsi il nome è troppo furtivo risveglio

il tempo della luce che filtra e scompone la ragnatela al fondo dellʼocchio

si misura in gradienti che non stanno dentro una durata

e la carezza non sta dentro la mano

e ciò che si dice è un accidente che non stava altro che nella possibilità dʼessere detto

e lʼinfelicità non casa non nascondiglio o scusa invece sospetto di vergogna

che può nascere imprevista come si intuisce.

Non è finita

e ancora nella mente il niente del pensiero senza figure è solo tempo

labbra che dicono le cose che non furono mai dentro

le labbra eppure scivolano come una linea di vernice lucida

e forse le parole erano la curva del sorriso che arrossisce

spudorato.


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lunedì di un amore possibile
c’era una volta

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