light gray and dark blu inside me
Di chiunque sia il corpo l’anima è femminile, irrappresentabile, sovrastante.
Prima di ogni intenzione in eterno attende: madre e figlia di ciascuno. A guardarla è il futuro: la coda che precede la cometa in arrivo.
Mi volto verso la preistoria. Il corpo femminile è imbarazzante da contenere nell’argine di qualsiasi figura. L’immagine corrispondente alla carnalità di donna è acqua rocciosa nella nudità delle veneri primitive, poi nelle estasi innegabilmente invereconde della mistica, poi nella rigorosa somiglianza con le donne di carne delle opere classiche. Ci fu subito poi il varo delle donne vascello fiammanti di curve in dionisiaco eccesso che, traversato l’oceano di luce lunare espressionista e solcati i luccicanti riflessi impressionisti sui laghi di ninfee, attraccarono alla sponda cubista.
Dopo la ricomparsa del primitivo delle ‘Signorine’ dell’Avignon, rinomato bordello, le damigelle si ricompongono e l’arte coraggiosa scompare. Il surrealismo, che prese a scusa la figura, congelando la massa liquida dell’inesprimibile nella cosa dipinta, si affretta a chiarire che quanto era sulla tela non era alcuna cosa ma l’arte di fingerla: una volta che l’aveva privata di risonanza.
Di chiunque sia il corpo, l’anima è femminile. Si può suggerire che l’anima è corpo d’acqua di donna, che alimenta ogni arte e scorre da sempre. (Senza esito ancora!)
L’artista scatena addosso a quel genere i suoi simboli e le figure e le astrazioni. E le deformazioni, gli spezzettamenti, le rarefazioni i voli e le violazioni. E tutte le sospensioni critiche: e le non richieste giustificazioni dell’arte concettuale irritata e irritante perché in fondo accorre esclusivamente in soccorso di sé.
L’anima è femminile, irrappresentabile, sovrastante. Premessa di ogni intenzione in eterno attende.
Che potrei aver ragione mi viene suggerito dalle sguaiate sgrammaticature del corpo nudo di Marina Abramovich che, in epocali performance, mostra la falsità dell’innocenza e della purezza dell’arte: il candore scomposto di un corpo rassegnato a venir piegato (e piagato) mostra le torturanti pretese che l’arte ha avanzate a suo carico. La sogno -che denuncia agonizzante “l’arte è un plagio a nostro carico”- testimone e prova dell’arte assassina del femminile.
Va da sola la mente a stringere i ferri attorno all’ultimo bagliore di fantasia notturna e sulla banchina dello scalo commerciale, che è la memoria del sogno, mi si genera in mente la sovrapposizione dei manichini metafisici al corpo vivo della performer. Essi se ne stanno indifferenti (francamente antipatici per dirla tutta) offrendo le spalle all’energia del metafemminile distesa sullo sfondo di cieli terminali, arricchita appena dagli intarsi di fumo di una locomotiva.
La mente si rivolta, come un morto nella tomba, per non aver risolto niente. La mente si rivolta nello scrigno del teschio proprio a causa dell’irrisolvibilità della questione ‘donna’.
Una volta assunto, arbitrariamente, che il femminile è l’oggetto di ogni atto figurativo e che dunque l’arte esprime la funzione non cosciente che genera il pensiero, allora si scopre che lei, l’arte, si applica sull’irrappresentabile e mostra che dobbiamo disperare in una qualsiasi appropriazione e che il pensiero ci fa ciò che siamo. Non siamo noi che possiamo farlo.
L’arte lo ha presto saputo, immagino, e ha smesso di ripetersi e ha tentato infine l’ascesa alle composizioni astratte (che non fanno corpi figurati). Ma in quell’atmosfera rarefatta si insinuava tuttavia, con inaudita capacità di diffusione e irresistibiomente attraente, l’aria del pensiero che colma da sempre lo spazio tra l’artista (uomo o donna che sia…) e l’in-sé dell’ALTRA: alterità che è in noi inconsapevoli.
Così dunque forse un giorno, deperiti, deposti i pennelli, avremo pace attorno al rogo delle tavolozze imbrattate di un numero infinito di tinte speziate che furono comunque non abbastanza per finire il lavoro. Così saremo indotti alla umiltà. Smetteremo di tentare.
Una volta assunto arbitrariamente che il femminile è l’oggetto di ogni atto figurativo e che dunque l’arte esprime la funzione non cosciente che genera il pensiero, a fianco dell’esplorazione figurativa, si era tentata l’arte musicale.
Inventavamo trappole per l’aria: mémori del flauto incentivammo la costruzione di parecchi fiati. Essi ebbero ance come laringi appropriate alla delicatezza frusciante necessaria a esprimere le pause tra i singoli pensieri.
Vinceva su tutti l’ugola bagnata e nuda e la parola, giunta per ultima, non ebbe mai più un’ultima parola. Per questa inesauribilità, vera e propria assenza di freni, il linguaggio fu subito uguale al mare d’acqua di donna. In più l’inesauribilità del parlare prometteva di poter circondare l’indicibile.
E il linguaggio fu messo a pigione nelle case popolari della poesia militante. Famiglie intere di parole espropriarono il silenzio smisurato di cattedrali abbandonate.
La pasta della voce lievitava nella madia cerebrale dei progenitori, sordi a tutto, il giorno in cui, deposti scalpelli e pennello e flauti e oboi, l’anima loro cominciò a evaporare nel discorso.
Le parole erano fumo d’una foresta di capelli che ha preso fuoco e crepita. Ogni idea non fu più in una coerenza logica causale con quelle che la precedevano. La gioia d’una funzione corale del pensiero mostrava chiaro che il non cosciente ricalcola il tempo per traverso.
Il non esprimibile si imponeva inarrestabile sull’assoluto che non fu più visto all’orizzonte.
La duratura attività non cosciente, erroneamente definita irrazionale, modulava con i sensi gli eccessi di coscienza, e si affermava come umanità degli esseri umani. Il non cosciente era realizzazione di un linguaggio che li separava progressivamente irreversibilmente e per sempre da specie e cose non umane.
Personalmente, per quel che può valere, e incautamente per la quota della colpa mia, ho tentato anche l’amore per liberarmi dell’inquietudine che ogni lei mi aveva messo addosso ponendo in dubbio ogni ragionevole causa del mio perturbamento.
Non riuscii mai a chiarirmi il dis-piacere di vivere dopo una perdita con le tecnologie d’analisi del sentimento.
Ho trascorso anni di depressione durante i quali parlare era dire di lei per nascondere nella verbalizzazione euforica una disperazione latente.
Niente che non fosse restarle insieme sfamava l’appetito che l’acqua di cui è ‘fatta’ mi suscitava.
Solo ora, forse, ho realizzato una minore passività nell’esprimere la forma di me al suo cospetto. So per certo che ‘lei’ per me è comunque ‘l’altro’ e non so dire ancora se il poco di buono di cui sono capace sia dedicato ogni volta a una precisa persona. Ma di certo è lei che mi mette in condizione di fare qualsiasi cosa.
Ho interpretato per curare scoprendo che in tutti i tempi mai c’è stata la soluzione dell’ansia che nasce nel rapporto interumano: quando ci si trovano di fronte i segni dell’irriducibilità d’una identità alla nostra.
Categoria: Arte povera