libertà di pensiero

17 Febbraio 2019 Lascia il tuo commento

Il giorno dopo non sai come viene per via che le previsioni preistoriche sono deboli e hai a malapena le stagioni a mente ma bisogna seguire la fogliatura e il muschio o gli uccelli e se il vento ha spazzato troppo o il fuoco bruciato le scorze e gli stormi fanno capricci addio non ci sono molti segni.

Qualcuno misura con le palpebre serrate in su lo spessore delle nuvole il loro assottigliarsi o gonfiarsi con la riduzione o l’aumento della velocità che di solito portano certi eventi.

Di solito vuol dire che – mucchi di tempo insieme, cumuli con acqua e calore in una pozza di raccolta tra le mammelle della collina, quando una buona o malagrazia spartisce l’uniformità disordinata dei risvegli come un fulmine brucia un tronco che resta nero abbastanza tempo da diventare, uguale per tutti, riconoscibile, – allora quasi tutti sognano un cambiamento cioè sanno che una divinità svolta attorno alla pianta annerita e va via o torna seguita da una fila di giorni d’uno stesso umore variato.

In tempi così poco prevedibili il pensiero è tutto diffusa inquietudine tutto incline alle continue interrogazioni e la tribù ha totem tirati su con pietre e legni ben sistemati: domande trepidanti sopra e accanto a quelle di tutti crescono al centro degli ammassi di ripari di legni e pietre più solidi che esprimono abitudini consolidate in geometrie essenziali.

Sono rifugi composti di siepi artificiali e tetti e muri di ossa e pietre adesso visti come capanne ma che allora erano altari di consolazione contro il buio e il silenzio e l’ignoranza che stavano annidati nel futuro. Ben altro che semplici ripari dal freddo e dal calore.

La scoperta fu che in spazi ristretti il tempo si accorcia ed ha durate più sicuramente percorribili.

Là dentro facevano le prime scorribande rochi flebili voci e orde di sguardi confusi e imploranti e eserciti di movenze dei corpi ammassati. L’umanità cominciava a sognare da sveglia perché il sonno cominciava all’ingresso nella capanna e il sogno era che riparata la coscienza era priva del terrore prescritto dall’imprevisione.

E forse anche oggi, il setting, deontologicamente protetto da intrusioni, vuol riprodurre il sonno primordiale delle capanne contro l’imprevedibilità del mondo. In quel breve spazio la voce risponde agli echi di parole riversate da ciascuno nell’universo che sta raccolto in un pugno di molecole d’aria.

La coscienza può spaziare che la chiamiamo inconscio ma non è.

Forse è solo libertà di pensiero. 


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la cima Coppi

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