le parole dell’io
Tutta questa musica nella piazza e non so che giorno è oggi: certamente ieri sera era il parco, e ieri l’altro il ristorante economico sulla strada del quartiere, a distanza di una fermata di tram e una di metro dalla ‘nostra’ casa. La piazza ‘contiene’ la musica che esce oltre l’orlo d’aria e si trasmette fuori, da ogni lato.
Così lentamente si rigenera in me un modo di pensare dimenticato: si vede che è interrotto tutto quell’aprirsi agli altri che non dovrebbe mai essere stato e che mi ha reso così pericolosa la vita. È chiaro che questo lavoro espone noi psichiatri più di tutti al rischio della pazzia e della miseria affettiva dopo la perdita dei legami più stretti.
Come se chi soffre si comportasse inconsciamente e sempre con il fine di generare la disumanizzazione delle persone ancora integre.
Con la voce della ragazzina dolce e curiosa nelle orecchie e i moli negli occhi penso che a me tuttavia non deve essere ancora successo: forse è mancato poco ma non succederà più. Oggi camminando lascio andare tutto. Qua sono al sicuro. Non lo ero mai più stato da decenni. Nell’idea di essere al sicuro ero, proprio per quello, nel più grave pericolo.
Forse tutto è cambiato adesso. Non tornerò più nelle vicinanze del pericolo dove mi trovavo. Il pericolo, che è accaduto come una nuvola radioattiva, viene delineato bene sul panorama di pura luce che proviene dal Mare del Nord e si proietta in aria che lo vedi bene se alzi lo sguardo sopra le linee dei palazzi.
“Un giorno ti svegli che hai dormito da sempre sul lampadario” – avverte la favola moderna dell’uomo attuale. Non dico adesso quello che non posso dire: non dico quanto e come fosse ‘allora’ ampio e scuro e invivibile il mondo. Non potrei dirlo. Solo ragionando su delle ipotesi figurative sarei capace di scrivere una difficoltà che, devo confessare, non fu mai avvertita coscientemente.
La mano della ragazzina, e lo scivolare delle biciclette velocissime sulle piste disegnate di rosso sui marciapiedi, realizzano insieme nella mente una vita alternativa ignota. Si pedala veloci, si rispetta l’impegno della corsa, anche se si vede bene che vanno a lavorare e a studiare. Vanno molto veloci e frenano: attenti che non si crei il pericolo.
Ma non è di questa civiltà diversa che credo di voler parlare specificamente. È solo di questo modo diffuso di essere persone fatto di un costante esame della contingenza e di rispetto delle necessità. Andare veloci. Frenare appena è il caso. La protesta e l’avvertimento sono stati concentrati e localizzati sulla cupola di alluminio dei campanelli. Ogni scontro evitato ti travolge con la simpatia di un sorriso. Una socialità fatta di casi e probabilità avvicina le singole esistenze che diventano tutte possibili, perché risultano presenti e vive negli occhi di tutti gli altri.
Quest’uomo giovane al lavoro dalla mattina alla sera che porta riviste colorate per regalo ad un uomo adulto. Questa donna bellissima che porta una scatola musicale all’uomo giovane pieno di vita. Queste voci cui ci siamo voluti avvicinare perché da lontano fluttuavano come racconti nel silenzio e ora si sono fatte forti tra gli infissi solidi e bianchi appesi alle pareti che incorniciano parco e cielo.
Io sciaguratamente in questi anni -pensando di essere al sicuro- ero in grande pericolo. Il pericolo è stato dove sembrava che tutto fosse esatto e regolato. Non c’entravano la politica la cultura e la scienza. Io vivevo cercando di mettere insieme le cose importanti della mia vita affettiva. Ma si era generato l’odio per quella vita che parve immediatamente plausibile. Non erano le promesse da mantenere che venivano aggredite. È sempre stato quanto c’era già. L’odio era per quello che era evidente dei nostri sguardi agli occhi altrui.
Dall’altra parte, sul versante della medicina, si faceva quello che era necessario: avvicinarsi agli ammalati, ognuno di noi, con competenze variabili e sensibilità ancora ignote (ma certamente diversissime). E esperienza poca. Subito si stabilirono separazioni e divergenze progressive certamente involontarie. Più in grande, nel mondo accademico, di cui posso parlare, i guai erano determinati dalla coesistenza di ipotesi eziologiche della malattia mentale opposte, che venivano denominate tuttavia, tutte insieme, teorie.
Dalla parte dove stavo io, non si sa per quale pensiero di collegamento, la relazione non cosciente era stata pensata come una forma di uguaglianza garantita. Come se riferirsi all’inconscio fosse fare riferimento ad una piattaforma comunicativa -o ad un bozzolo di norme di seta- che potessero garantire intese altrimenti improponibili. Ma non era affatto così. E ora mi rendo conto che le illusioni infantili di persone fallite negli affetti prima di quasi tutti gli altri – e non sempre per altrui responsabilità – colpivano e ferivano e provocavano danni infiniti.
Tutto un gran parlare confuso, negli anni ottanta, esponeva gli specialisti della mente, al più grande pericolo, connesso all’idea che tutto fosse diventato possibile. La confusione era causata, con fredda determinazione, dal cronico malumore di coloro cui ho accennato, che erano già definitivamente falliti negli affetti, e, a causa di tale fallimento, portavano avanti i sorrisi per cancellare la loro insanabile distanza da tutti quelli migliori di loro.
“L’inconscio – dicevano suadenti e protettivi – è il bozzolo di filo di seta intrigato e inestricabile che ci renderà uguali e indistinguibili“. Noi psichiatri, più di chiunque altro, sottoposti alla violenza di quella passività aggressiva, rischiavamo di restare, per una simpatia suicida ( cioè per una cecità imperdonabile ) esclusi dalla realtà allegra della fisiologia: separati e, a nostra volta, settari e antipatici.
Adesso guardo dall’alto delle finestre. Non è che tutto vada perfettamente, ma si capisce che non è così importante. Si capisce che è importante una comprensione più sofferta delle cose, diciamo così. Una comprensione dalla quale il dolore non sia escluso. Nella quale non si confonda la complessa contrazione muscolare del sorriso con la fatuità dell’espressione flaccida degli ebeti. È importante stare bene avendo chiaro in mente (essere, paradossalmente coscienti ) che non è vero che oltre la coscienza stiano irreparabili e marmoree la democrazia e l’uguaglianza.
Restano, oltre la coscienza, tutte le complicate relazioni che in realtà umane non specialistiche risultano alla coscienza ben chiare. La psichiatria è medicina che deve realizzare una ricerca sulla specificità di quelle peculiari diversità con mezzi altrettanto peculiari: il setting e l’interpretazione. Ma essi sono strumenti laici e bisogna togliere loro l’idealizzazione religiosa d’essere, come alcuni pensano, strumenti di una provvidenza storicistica, marxiana e hegeliana. Strumenti dello spirito assoluto.
Specialmente, credo oggi, che del passato sia rimasta non curata l’aspirazione della psichiatria progressista a realizzare per ognuno, insieme alla fisiologia del pensiero ritrovato, una condizione ‘storica‘ senza la quale non si potrebbe parlare di persona. Il guaio è la pretesa di conferire ad ognuno non solo una consistenza individuale, entro un ambito di relazioni possibili e garantite, ma una nuova ‘coscienza di classe’.
L’inconscio non delinea alcuna appartenenza ad una categoria sociale. L’ idea d’essere analizzando come avere accesso diretto all ‘irrazionale non potrà sostituire la necessaria coscienza civile di rispetto di tutti gli altri esseri umani. A certe latitudini il progresso si è inciso diversamente al centro delle azioni reciproche. L’irrazionale allora si esprime costantemente durante gli spostamenti quotidiani di ciclisti in precario equilibrio, nel loro andare veloci, frenare, tenere lontano il pericolo per sè e per gli altri passanti. Su vie non protette da muri: solo disegnate di rosso. Rivoluzione senza pretese.
La psichiatria, da una certa parte definita avanguardia, lascia trasparire con sussiego abbastanza falso, che la nuova coscienza, cioè quel preciso sussiego psichiatrico alto borghese, si sarebbe basata sull’accesso ad una tecnologia clinica trionfante, gestita da persone ‘a posto’: intendendo ‘finalmente’ a posto. Ma da questi piani elevati di una casa al nord, in una città della costa anseatica, con lame di luce a piani sfalzati che si intersecano con angoli variabili, è facile ammettere che si era andata perdendo la trama di una semplicità d’uso delle terapie.
Il linguaggio è fatto di fili sovrapposti per ogni senso e direzione che tessono un fazzoletto di cotone che tiene insieme le poche cose da portare ‘sempre’ con sé raccolte in un grande fiocco scenografico. La vita è immagine di fortuna. La fortuna della vita è di essere un reale movimento. Ci sono piccoli rettangoli verdi in fondo al giardino visto dall’alto. Ci sono ragazzini e donne abbastanza in carne che discorrono assieme in falsa vigilanza: sono distratte, tanto la porta per uscire in strada si apre con la chiave che hanno in tasca dei grembiuli e il gioco è al sicuro.
Fa riflettere quella generale distrazione senza pericoli: qua da noi si tende a pensare in maniera magniloquente che le risposte più garantite siano realizzate in ambito collettivo. E la parola collettivo darebbe una certa potenza a quasi tutto. Quello che vedo da qua è un collettivo di felici e facili distrazioni. Ci sono donne e bambini: madri distratte forse niente affatto pericolose e ragazzini in una forma di lotta di base per assicurarsi l’altalena. Da noi la parola uomo e donna, intanto, hanno perduto le parole femmina e maschio.
La parola bambino è stata pronunciata soltanto da adulti, rivelandosi improvvisamente una promessa infantile che essi si scambiavano per sedare la loro angoscia. Penso che la ricerca psichica che deve esprimersi come pensiero, risente di culture che ogni volta le sono contemporanee e che sono culture politiche sulle quali non ha alcun controllo. Le culture che ci sono contemporanee in verità ci hanno anticipato. Esse in verità sono realtà preesistenti che la condizionano.
Dunque è probabile che non sia possibile realizzare una asepsi totale. I concetti di ‘collettivo’ e ‘individuale’ portano con loro influenza potenti ed evocazioni seducenti come le sirene di Ulisse. La capacità di immaginare, che è specifica attività umana, si spinge lontano, lontanissimo ma non essendo assoluta ed irreale non è senza fine e si arresta. E nessuno sta veramente abbastanza fuori da garantire ad alcuno un pensiero ‘escluso’.
La vita degli altri nelle figure dei loro pensieri indicibili, la cultura evidente nel movimento reale delle persone, è diffusa dovunque. Murales e pitture a gesso sul marciapiede bastano a tutto. Tutto precedono. Come il tuo amore mi precede perché non ne so le ragioni che che vengono prima di noi. Alla luce che entra da queste finestre è chiaro che aver preteso che il setting potesse tener fuori ogni influenza è un punto di errore. Irrigidirlo e irrigidirsi è la strada verso la malattia del metodo. La pretesa di pochi della potenza di un metodo fallisce il compito di una sanità generale.
Allora la guarigione deve avvenire con la trasformazione del setting. La sparizione della sua rigorossissima attuazione (inizialmente rigorosissima perché legata alla necessita di intervento radicale sulla malattia conclamata) per realizzarne una meno rigorosa ma altrettanto solida, costituisce di fatto l’attuazione di un cambiamento nella realtà stessa del metodo (della forma-immagine) della cura. Non è difficile comprenderne l’importanza. Se non si è potuto affermarlo prima deve essere stato per una nostra fragilità. Per una rigidità della cultura attestata su una fragile linea di guerra, sul fronte di una operazione mal riuscita.
La guarigione deve essere pensata e realizzata attraverso l’individuazione e l’attuazione di possibilità umane generali. La conoscenza dei limiti estremi della fisiologia della realtà biologica sono stati raggiunti dalla ricerca medica, e la loro individuazione consente la terapia che si lega alla ripresa di quei processi di limite interrotti o alterati. Per la realtà psichica mi pare che ancora non siano chiari proprio gli aspetti fisiologici, la natura esatta della sua funzione: così la terapia non cura e copre una ignoranza più che assecondare, agevolare e ripristinare ciò che non si è riusciti a individuare alla base della sanità. Non si è riusciti ad individuarlo ancora.
La fisiologia del pensiero non è solo un adeguamento culturale, e la frase che dice di restituire ‘un rapporto con la realtà‘ a chi si era ammalato è quanto di meglio si sia saputo esprimere nell’orientamento terapeutico. La democratizzazione della medicina sta alla radice del linguaggio psichiatrico. Noi non possiamo permetterci di non essere compresi. Il chirurgo può a buon diritto non spiegare. Il dialogo dello psichiatra con il paziente, al contrario, è l’azione stessa della cura e deve poter essere esposto in termini di linguaggio comprensibile. Quella capacità misura è il grado di professionalità del medico.
Resta il problema inconscio/coscienza. Attualmente in genere la coscienza non è quanto necessariamente si piega per esprimere modalità presenti sane ed indicibili – e al contrario è l’argomento furbo che domina e nasconde una vergognosa assenza di contenuti e capacità. È accaduto che di fronte a questi difetti teorici c’è stata una reazione altrettanto dannosa: ciò che si nasconde è solo perché è annullato. Esso in quanto annullato e negato è buono. “Il non cosciente può fare da sé.” Ma non è vero. La coscienza gli è essenziale. Sono stati secoli di esaltati. Niente affatto esaltanti.
Guardo dal sesto piano la luce che fa da orizzonte verticale. Il nord brilla nelle molecole di aria umida traversate e diffrante dai miliardi di fotoni ribelli e rivoluzionari. Il campo elettromagnetico da qua e da queste latitudini è come il mare che ho lasciato, però più leggero e ricco di fascino. Ha la delicatezza e la natura di una riflessione d’amore. Che sia quella delicatezza di natura la qualità del pensiero umano?
Sotto le strade ci siamo diretti in luoghi insoliti. L’aria è spinta dai treni come la tramontana. Un clima di collina nel cuore della terra. Il passo leggero sgravato dagli strati di cemento che sostengono la pressione. Si sono viste in un museo di attualità raccolte di figure delle correnti culturali legate in qualche modo ad “Alice nel paese delle Meraviglie”. Entrando pioveva a grosse gocce. Ma nessuno rallenta davvero per la pioggia. Al museo arriviamo fradici ma non fa niente. Correnti culturali. Simbolismo. Dada. Ma c’è molto dei preraffaelliti nelle foto a corredo della vita di L. Carrol.
Ci si perde nelle installazioni, almeno qua dentro non piove. Fuori poi, come al solito, posso dire “bello” e “ben fatto“. Ma la mia reale competenza estetica è poca: insufficiente ad assumermi responsabilità. Il pensiero che formulo è diverso, è che nelle culture africane i musei sono risibili poiché loro non hanno l’angoscia di finire, perché si dice abbiano l’idea che la morte starebbe alle spalle degli uomini e non di fronte, minacciosa.
Mi viene da pensare che tutta la grande idealizzazione dell’arte occidentale sia legata al terrore di non superare i limiti della nostra vita fisica. Noi restiamo sempre al di qua del tempo. Vivi, annoiati, con il terrore delle durate che chiamiamo morte. E allora come si fa a vivere?
Non piove più e siamo di nuovo al sicuro fuori. Qualcuno da lontanissimo ha memoria. “Stai bene? Stai bene? Si, davvero“. Che aggiungere all’allegria e alle novità di strade pulite e pioggie transitorie? Non si pensa al domani. La fine è alle spalle. Di fronte tu e le domande. Di fronte il porto con enormi petroliere. Dev’esserci un grande smercio di sostanze proibite nella pancia di queste navi. Sono come la mente umana: la maggior parte resta inesplorata. Ma non è inconoscibile per natura: è semplicemente quasi sconfinato e semplicemente non c’è il tempo necessario.
Siamo petroliere galleggianti che senza un minimo movimento di beccheggio costituiscono alberghi per animali dimenticati. La mente è una foresta di teoremi. E ogni cifra in gioco nelle computazioni è un insieme di insiemi. Ci gettiamo di nuovo dal predellino della ferrovia nelle viscere del razzo sotterraneo a migliaia per volta. Le stazioni sono fontane grandi e piccole di gente. Insiemi di insiemi. Gli occhi di ciascuno possono definire il panorama solo come enormità.
La mente compie operazioni di socializzazione il cui risultato cambia continuamente: ma resta basato tuttavia sulla fiducia nei freni dei ciclisti che salveranno l’incoscienza dei ragazzini e la distrazione degli altri. Una realtà senza incidenti? No, una socialità fondata su ipotesi migliori. Ma non è questo che voglio dire, cui voglio alludere, per essere precisi. È a poter pensare fuori dal pericolo, per un poco fuori dal cerchio di verità storiche che dovrebbero assolvere dalle responsabilità. Se riconsidero il setting alla luce dei ciclisti metropolitani esso si tiene il lusso della condanna in cambio della deresponsabilizzazione. Costruisce una città di libertà tanto fragili da essere fittizie. Così com’è è falso: non è una metafora poetica piuttosto è una proposta equivoca.
Al contrario: le piste ciclabili sui marciapiedi sono i moderni capolavori pop: le linee rosse che disegnano la rivoluzione basilare. Una rivoluzione contemporanea che per la propria validazione non aspetta la storia. Io invece aspetterò il sogno dei marciapiedi di Amburgo. La tecnologia avveniristica dei freni di bicicletta. L’architettura acustica delle cupole dei campanelli. Una scintilla di calore nella neve. In fondo, cioè all’inizio, qua resta un pezzo del cuore. Una giustificazione per il legame con una nazione differente che non può restare lontana.
Forse l’estensione dell’amore ad altri due amori nuovi proteggerà dal rischio del cinismo e del settarismo del setting. Bisogna lasciarlo intatto nella sua integrità architettonica privandolo della disumanità di un rigore mortifero.
Domani da qui dobbiamo tornare. Lasciando queste persone nuove. Prima non avevamo la conoscenza di queste strade e di queste case. La distanza era senza un limite sul versante di questa parte del mondo. Era una misura non finita e incerta. Ma da ora in avanti si può contare, perché questi giorni hanno date scritte con le linee dei sorrisi scambiatici ogni volta sui binari. Quando mai ho pensato possibile di lasciar andare via senza la promessa di un ritorno le persone più belle che avevo accanto?
“Ora che sono partito posso cambiare quante volte voglio senza temere il conformismo. Qua sto bene. Posso spingermi ancora più a nord.” Io che ho letto così tanti libri di viaggi e avventure eccomi di fronte ad un viso di marinaio. Non sentivo il dolore non sentivo niente se non l’influsso della forza. La calma della chiarezza del futuro. La nascita che sta irreversibile nella trasformazione dei lineamenti, nella voce appena più bassa, negli occhi più lenti a variare le inquadrature nel grande luminosoi ristorante del supermarket. Ma c’era anche il suo e il mio dolore.
La riflessione sul setting progredirà giorno dopo giorno insieme allo scavare nel pensiero dei tratti dei lineamenti di marinaio e della ragazza bionda. Non si separeranno più le due cose. La cultura, che preesisteva alle elaborazioni teoriche e dunque le influenzava, verrà prevedibilmente sostituita dalle sensazioni nuove di questi volti distanti che fanno nostalgia. Qua piove improvvisamente e non interrompe nulla. Improvvisamente smette di piovere ma il colore del cielo ha la luminosità dello smalto.
Tutto il bruno dei tetti e le fughe prospettiche della città salgono verso il cielo come se al cielo essa fosse dedicata, e agli dei della luce fosse stata offerta, come se potesse infine subire il fascino totale della luce celeste, trasmettendolo poi ai suoi abitanti: regalando loro la leggerezza colorata di milioni di angeli di Chagall. Così ti ricorderò amor mio. Una figura attratta verticalmente al cielo. Come un sogno. Una natura alata. Un crepuscolo smaltato d’oro azzurro parlante.
Il setting del maturo affetto è sorridente, sornione, spavaldo, sicuro di amori inevitabili e pone la distanza a misura dei legami. La distanza che si ricrea alle mie spalle mentre mi allontano è un tempo non gettato via. Ora è un tempo di lontananze da chi non torna quasi mai. Nel nostro cuore lui non si è mosso però è cambiato. Capisco bene: lo spostamento dei corpi fisici nello spazio è differente dalla trasformazione del pensiero nella realtà spaziale della mente chiamata immagine.
Penso che “…non sono riusciti ad impedire che si verificasse un affetto esatto e puntuale come questi convogli della metropolitana di una città del nord. Non sono riusciti a confondere la mente favorendo la scissione tra gli affetti della realtà personale e quelli indispensabili alla comprensione delle figure del setting“. E ricordo che dicevamo ” Ci facciamo le immagini con l’assenza: se non c’è annullamento la distanza è solo amore“.
E così non sarà l’idea dell’assenza dell’altro che dovrò fugare per restituire la calma estiva ai pazzi. Sarà l’idea-immagine di una pazienza da proporre per curare le reazioni di appropriazione isterica e di controllo ossessivo. Non si deve per sempre infondere la certezza del ritorno inappuntabile dell’impiegato modello e del coniuge fedele. Non deve essere esaltata nel metodo, come metodo, la fedeltà consolante che si celebra il giorno della bontà. Il giorno della Festa del Grande Ritorno. I buoni sono narcisisti. I buoni non esistono. I buoni fanno finta, per nascondere un bisogno ed un’incapacità.
Troveremo la qualità differente da quella della bontà del setting conformista? La troveremo la parola della realtà mentale che sta a fondamento di una relazione più sana? Cerco i costituenti del gelato di onestà ed altre creme che rendono compatto il legame sociale stabilizzando gli affetti tra le strade del porto. Parole possibili da dire sotto le fiancate delle navi che qui danno sulle strade. Non mi viene in mente altro che un uomo giovane, una donna consapevolmente seducente, e una ragazzina che si pone tra loro con una commovente prepotenza.
Si è generato di nuovo il trittico d’arte di trenta anni fa. Il setting conteneva l’immagine incomprensibile. L’immagine infatti non era figura. Non potevo vederla. Solo adesso, mentre cammino dietro di loro, capisco. Il vedere segue la capacità di immaginare come un vecchio mette a fuoco con sapienza la fotografia di tre punti che fanno un angolo aperto in alto. Il vertice poggia sulle mani degli innamorati e i due lati vanno su divergenti a prendersi il cielo. De sideribus: desiderio degli occhi che dalle stelle si allontanarono.
Non c’è più il desiderio. Non ho bisogno di distrarre lo sguardo dalle stelle. Adesso sognare non è progettare sperando un futuro incerto. È solo studiare l’astronomia e le leggi che tengono noi esseri umani insieme: ma per ragioni e potenza differenti dal terrore degli dei celesti. Non è più l’autorità del padre, buono quanto si vuole, a garantire la promessa. È la sessualità e la libertà dei figli che contiene l’incertezza della bellezza. Quando della bellezza si è protagonisti e non creatori. Poiché noi possiamo essere creazioni di ‘nessuno‘.
Le parole ‘natura umana‘ scuotono il mondo dalle radici. Le radici del mondo sono le fluttuazioni elettromagnetiche e gravitazionali. La capacità di concentrare la vita intera in un punto ed un istante. Qui ed ora. Il setting. L’istantanea del pensiero. L’ intuizione comprime l’immagine che non si può vedere perché è pensiero di cui facciamo parte mentre esso si genera a partire da noi dentro di noi. Tanto profondamente dunque noi siamo quella medesima immagine! Solo successivamente, molto dopo, la memoria, nel ricordo, realizzerà la figura. “Quanto tempo è passato amore mio!“
La luce è smalto colorato e sfavillante. Vedere è rilevazione del fenomeno della fisica atomica della diffrazione. Comprendere, parlare, amare, vivere insieme, dormire sotto gli occhi degli altri in abitazioni dagli infissi silenziosi, dove i raggi luminosi e gli sguardi si intrecciano in tappeti morbidi. La luce di smalto racconta la storia di chi, durante una pausa del proprio rapporto con gli altri, invece di realizzare l’annullamento di coloro da cui si stava allontanando, ricreava l’immagine di un esistenza dimenticata che aveva posto -come possibilità- nel cuore di un amore andato via .
L’idea di poter essere migliori che è il fine della cura. Anche se non si sa se sia la guarigione. Ora io non pretendo che le cose stiano così per tutti. Quanto dico è il racconto di una grande emozione. Sono sottoposto a tante spinte nuove fortissime quando le distanze tra le persone si sono improvvisamente ridotte rivelando una trama dei legami misteriosa e sconosciuta. Non pretendo che sia tutto vero anche per ‘loro’ . Ho potuto scriverlo e pensarlo grazie a loro forse. Forse nonostante il loro essermi vicini a proteggermi da questi pensieri. La vita psichica comunque non si è arrestata e confusa. La separazione da un rapporto ha consentito un rapporto differente.
La pazzia non ha vinto perché non ha saputo causare né il peggio, che è il nulla irreale. Né l’invidia, che costringe alla ripetizione. Né l’indifferenza scientifica che è una relazione senza neanche una lacrima. Non importa che quanto detto sia vero per gli altri che amo. Per me, non so se anche per loro, la libertà era ammettere e immaginare modalità di rapporto più evolute. Credo che la variazione della distanza tra di noi sulla carta oceanica faccia parte di un disegno che è ancora invisibile e che si chiarirà soltanto in momenti differenti della nostra vita: al cambio di rotta, nelle separazioni ulteriori, (…alla fine certo!) Ma anche…
Ma anche, sempre, prima: negli innumerevoli momenti della nostra vita imprevedibile, ogni volta al risveglio, nell’immagine di un sogno. Spesso ancora tuttavia nello sguardo di un’altra che potrebbe pur sempre voler dire ancora una volta “Ti amo”. Mentre viviamo non possiamo aver chiaro quanto accade: siamo fatti della materia di cui sono fatti i sogni e abitiamo costantemente un presente che è il nostro futuro, l’idea di star costruendo la nostra vita. Noi siamo la meravigliosa propensione all’attimo che sta per accadere.
Solo dopo molto tempo, nella memoria, quel futuro cui abbiamo partecipato, senza potervi contemporaneamente assistere, si realizza come ricordo. Per questo ho voluto che restassi con me. Tu eri l’unica testimone di tutto quel vivere che era quel gran sognare continuamente insieme. Per questo sarebbe bene che i legami durassero anche a scapito della fedeltà. La fedeltà e l’amore non vanno d’accordo. Ma per questo ce ne vuole molto di amore: così tanto che non tutti possono permetterselo.
Nel setting ci è toccato ricordare la nostra vita per restituirle una concretezza, e liberarci del sospetto che quel costante essere in attesa non fosse un altro inganno. Fu necessario un testimone che non era quello con il quale tutto si era svolto, e il transfert suggerisse che la vita non è solo ripetizione e coazione. Servirono ulteriori amori per confermare che la cura non era un artefatto come potevamo sospettare per via che nella stanza del setting, protetta dal metodo, non c’è mai stato posto per giorni non metodici.
Il presente è impossibile da vivere. Il presente non esiste. Esiste il ricordo della felicita di quando eravamo arrivati senza quasi notarla, tutta questa felicita che ora è chiara. Esiste il dolore di progettare che bisogna tornare via, e ci siamo dentro a questo dolore, e siamo indistinguibili da esso. Lasciarci ancora. Senza sapere. D’altra parte, senza questa ignoranza, che l’affetto chiama dolore, il domani non arriva.
Gli attimi e i giorni vissuti senza pensieri sono quelli vivi per sempre. Non è la costante coscienza di noi che ci assicura la conservazione della storia personale. Possiamo porre l’attuale condizione in avanti rispetto ad adesso ed essere dunque anche tutto quel tempo a venire. Possiamo distenderci nella nostra vita dalla testa ai piedi e dire “io” già ora certi della nostalgia di questo momento poiché esso resterà attuale per sempre.
“adesso, per sempre, qui, ora, dovunque, mai..” possono stare insieme nella mente: esse sono parole dell’io. Ora che sono tornato lontanissimo da te sono certo che “gli spostamenti nello spazio dovrebbero essere lenti, per abituarci a tollerare, con i passi da compiere, lo strazio della velocità lacerante del pensiero. Avvicinarsi e allontanarsi delle persone, quando è in ballo l’amore, è un gesto psichico che non risulta mai innocuo”. Poi hai detto che oggi, mentre venivo via, avevi rischiato di ferirti. Era proprio mentre piangevo. Vedi, era vero. Era tutto vero.
Categoria: Gioia
