la vita non basta
Eccolo arrivato alla stazione centrale -che ho in cuore- il treno del nulla coi suoi mille vuoti vagoni, volumi di neutralità, appartamenti di buio sferragliante.
È arrivata sotto le pensiline la processione dei niente esiliati, di quanto fu interdetto, la quota silente della storia, quanto ci si accorda implicitamente possa essere ricondotto all’indicibile.
Nel convoglio dì sforzi che ho sostenuto per mettere in discorso il me legato a te, sul treno di parole cercate segnate scritte poi risultate inadatte a esaurire il ragionamento d’amore, puoi forse riconoscere la mia controfigura che rispetta la fila educatamente come si deve su un treno d’aria muta.
Composto alla scrivania nella mia stanza ho usato il nulla per andare avanti.
Dopo averlo sottratto ai peggiori auspici e alle turpi allusioni al peggio all’assenza al diabolico al nero al cieco e all’assurdo, di cui l’hanno sempre addobbato, mi sono preso in casa il Vivace Bastardo.
Nello sforzo di nominare la cosa priva di referenti prossimi e immediati che l’amore proclama di essere e ci chiama a rappresentare, ho riconosciuta la natura non/banale dell’Ingenuo Oscurato.
Del nulla bisogna dire che non può riferirsi al fuori di noi. Non è il male esterno.
Preziosa scurità e febbrili ignoranze e malanno di mal/dicenza e dir/male l’amore e troppo poca perfezione- il nulla è in noi. È realtà d’un gomito appuntito che sporge al fondo dei pensieri dalla linea del sonno.
È l’insonnia d’un debito.
Poi dolersi.
E dolersi.
Che una vita non basta.