la necessaria docilità per effettuare il passaggio
“Rendimi facile il passaggio. Traversare la terra. Insegnami la docilità. Che le ossa non si rompano.”
Così io qualche mese fa. Che non avevo in mente né il tempo della traversata né la fragilità dell’edificio che ognuno di noi è.
Poi era bastato un abbraccio e tutti gli anni eccoli farsi materia di amore e desideri. Come sesso accordato si, ma limite della conoscenza.
Stamani un maremoto di infinita tenerezza ha sollevato una foresta di tronchi calcinati davanti ai nostri occhi che ora osservano pigri la manifestazione di forze sconosciute.
Restiamo a riposare l’uno addosso all’altra. Giochiamo anche noi a fare il mare. Due balene, onde di respiri. Carne intelligente che illustra la vita segreta.
Una definitiva dolcezza ricrea i due seni del primo giorno. È amore che disegna forme arcaiche di vita in un abbraccio di forma perfetta.
Non fosse altro che per la sua funzione di matrice del pensiero originario, l’amore docile dovrebbe essere oggetto di una legislazione a garanzia e difesa.
2 commenti
Bastassero le parole ‘patologico’ o ‘identificazione’ a raddrizzare un pensiero ‘storto’, non servirebbero più i terapeuti, basterebbero i libri dove ogni cosa è ben spiegata. Eppure, purtroppo o per fortuna, non funziona così. La sola cosa che si può fare è stare lì accanto, non mancare mai, avere amore per chi ti infila due occhi increduli nel cuore, dirgli che ‘E’ così, fa male perché è doloroso’, dire che di tempo ce ne prenderemo, ‘Quello necessario’ sapendo che nemmeno il tempo potrebbe bastare. E poi non essere stanchi, non essere neutrali, rischiare tutto di sé, stupirsi della generosità e indignarsi per la miseria, sempre, metterci del proprio perché le parentesi non convincono più nessuno, dimostrare che si andrà così in ogni abbraccio, e non ci saranno mai certezze e non si può sapere come andrà a finire ma potrebbe non andare a finire male, e che non vale ‘sperare’ quanto ‘affidarsi’ (se riuscissimo pure a comprenderla Cristina Campo? Magari tra una vita).
Basterebbero le parole ‘patologico’ o ‘identificazione’ anche a spezzarti in due per sempre, e sei fregato per sempre, e magari io, a pensarci, non le ho ascoltate nemmeno nelle stanze di psicoterapia dove sarebbe stato certamente opportuno nominarle. Ma forse è perché ero io ad avere due occhi che trapassavano le cose, ero fatta di incredulità, e chi stava davanti a me vedeva cos’ero e dove andare ad incidere – senza pietà, magari facendo male ma sapendo bene che ‘quel fare essendo capaci’ avrebbe ridato la vita e non rischiato di toglierla… Come quando le gambe di qualcuno in due ho saputo spezzarle anch’io, perché i coltelli li tenevo in bocca e nelle parole.
Letteralmente, senza bisogno di nessuna metafora, si dà e si toglie la vita con una parola, quella detta di meno e quella detta di troppo. Se c’è una cosa che resta da fare è prendermi la responsabilità di ciò che è stato, il bene e il male, scongiurando di non cadere ogni volta nella colpa o nella nostalgia che non aiutano a posare i coltelli dalle bocche incapaci né insegnano a fermarsi in tempo, tantomeno a dimenticare quando serve.
“Rapporto molecolare”.
Vai a trovarla qui la malattia – gli direi… – Parlavamo di amore e lanciavamo coltelli, sì. Poi uno dei due ha smesso di giocare. Ma per dimenticarmi il bene e il male e tenermi il mio di amore, prendo queste due parole che nemmeno io seppi mai trovare.
Ci si doveva fidare di ciò che si sapeva.
Ma c’è una cosa che lui non sa perché non la sapevo nemmeno io: l’amore che ho provato mi ha salvato la vita e se di patologico c’era qualcosa era nel voler far coincidere quello con un viso e la sua storia. Non so quando saprò fare diversamente, ma penso che se dovesse accadere nemmeno me ne accorgerò.
Se non fosse stato per tutto quello che era allora, che è diventato nel tempo e che è oggi io avrei vissuto a metà. Lo dico sebbene io abbia il cuore spezzato a metà.
Non è un’imperfezione che c’è da perdonare, ma quel tanto che impedisce di vivere e di amare.
Quindi per un po’ o forse sempre mi farà male pensare a lui, e se capitasse di incontrarlo e io non avessi trovato la forza di guardarlo negli occhi, se ora riconoscesse che è a lui che parlo, potrà almeno sapere che è questo che porto dentro.
_ ” FACCIAMO IL MARE ?”_
Un lavoro quotidiano.
Il reciproco crescere di delicato amore.
Nuove forme di vita mentale .
Nuova intelligenza che porta via il passato in un soffio.
NOI l’ amore da sempre cercato .
NOI l’ amore per non morire .
NOI l’ amore che fa dimenticanza e nascita .
TE che oggi ci hai abbracciato più volte…
DANZA su di me, …io… in
IMMOBILE decenza ,
che l’amore è rivoluzione !