It’s a Man’s World

27 Marzo 2012 Lascia il tuo commento

 

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E’ il mondo di un uomo quello di chi si muove e ti si fa di fronte perché tu non debba morire di dolore.

Il discorso di ieri notte. Che la ripetizione sarebbe stata intollerabile. La riproposizione esatta senza cambiamenti sarebbe stata un incubo. Che si è ampliata nella storia del racconto la tua facoltà di perdonarmi ma solo fino ad un certo punto. Che si è accresciuta la capacità reciproca di perdonarci ma fino ad un certo punto. Che se fosse transfert sarebbe un successo quando l’oggetto interno alterato dalla rabbia dei morsi della introiezione viene ricreato possibile.

Venne detto tutto sottovoce col corpo nell’abbraccio degli altri uomo e donna ai nostri fianchi dattorno comodamente appoggiati. C’era un silenzio come quando si scrive al tavolo. Così una forma nuova di vita va a finire che comincia al tavolino di ferro del bar che è dove appunto si scrive: dove cresce la pianta della mattinata. Scelte sistematiche quotidiane. Il bar, l’illuminazione, la formazione delle frasi. E’ una precisa intenzione. Non tutti i posti vanno bene.

Ora bisogna sfatare che questo studiare sia sistematico. È solo per amore, per rispondere, che prendiamo in braccio i libri appena comperati: noi studiamo per renderci plausibili agli occhi suoi. Ci appendiamo con corde di canapa alle ciglia sue e facciamo l’altalena avanti e indietro sfiorando il terreno nella parte bassa dell’oscillazione. Abbiamo ben presente che nessuno ha l’identità sufficiente a sostenere i sistemi di pensiero cui ha dato forma in anni e anni.

Sono epigoni e successori più o meno affezionati che tengono gonfia la vela con effusioni. Dipende da quanto amore l’anticipatore ha messo nella scommessa, da quanta certezza di essere amato -che corrisponde alla quota di incosciente passione- ha messo in gioco, e da quanto riesce a sporgersi con le braccia protese dal balcone che sostiene o frana. La vitalità alla nascita è sempre diversa. Cerchiamo il diritto all’uguaglianza perché l’uguaglianza non c’è in natura.

Noi lo sappiamo perché leggiamo e studiamo seppure senza sistematici proponimenti. Per creare disaccordi motivati e abbracci di desiderio per chi per storia ci appartiene. Sì però una e molte vite corse nella modestia contengono anche una rivendicazione perché non siamo mai stati ‘buoni’. Questa ansia di non restare ignoranti è forte fino quasi alla violenza bisogna dirlo. Anche se c’è una onestà nel proporre la testa alta, pronti a tutto, volendo vincere a chi ha maggiore capacita di immaginare.

Detto tutto questo, dell’infelicità che costringe i nomadi, e dell’odio, e dell’annullamento per cui bisogna muoversi per non offrire un bersaglio immobile alla cattiveria, qualcuno si è spostato e si è messo di fronte a me “per non lasciarmi solo” ho pensato e detto… Dopo siamo stati meglio tutti. Abbiamo capito che una teoria corretta sulle dinamiche del pensiero non è semplicemente, non è più soltanto un pensiero. E’ conoscenza sulla realtà umana.
Alla fine -(dico fine solo perché non saremmo mai più tornati là dopo ieri notte)- alla fine dunque, nel muoverci assieme per andare via ho sentito la parola “..grazie” . E stavolta ho pensato che era vero. Ora ci prepariamo a scalare la tela chiara di due pareti di vernice spago cotone e luce per fare la magia. “Cose frequentate viste e riviste” affermano le persone care scuotendo la testa. Sanno che non riusciremo neanche stavolta ad essere abbastanza bravi.

Ma la nostra modestia è apparente: è orgoglio dato che siamo sempre contrariati perché l’immagine che abbiamo di noi è migliore di noi. Il nostro ideale di essere ci sfugge sempre e dobbiamo sempre lavorare. Ci siamo convinti che la questione dell’identità -o come diavolo la si voglia chiamare- è comunque una questione di identità locale.

E non esporteremo nulla: staremo a continuare questa ricerca in una specifica stanza.
In un certo spazio che deve avere una prerogativa. Deve essere tale che possiamo sempre pagarne la locazione di tasca nostra.


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Fondamenti numero due: la donna che canta
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