inutilità della forza in psicoterapia
Il sogno. Mondi. Mari. Triremi. Grano. Sangue. Fiumi. Nuvole. Nebbie. E cori. E cori dentro la nebbia.
Sul ponte di pietre, tra odori di calce, e vernice, e affreschi, privo di qualunque merito: io.
Sul palcoscenico briciole in terra. Dal soffitto cordame residuo.
Ed io. Che torno. Il dubbio che mi preme. C’è disaccordo tra questo Io e la luce.
La luce offende. Sa. Supremamente statica. Antitutto su tutto. Onnipresente controdivinità.
Quieto il soggetto è tutto tepore, evaporazione, smemoratezza e adombrarsi: senza aversene a male.
L’io, grande sembrar d’essere soggetto, odia tutto.
Testimone ultimo. Figura minore. Intelligenza tarda. È, di fatto, incompatibile con il reale.
Intempestivo. Davvero non sa. “Lo giuro!” dice. Ed è in buona fede per scarso intelletto.
Finisce sempre per odiare se stesso. Dice “È natura umana” Ma è la sua.
Perché il soggetto fa il sogno. E l’io è quello che resta. E non gli va.
Ansia digiuno isteria panico confusione e demenza è quanto gli successe e gli capita.
Sicché, troviamoci anche oggi, bella! Consoliamoci per un poco* di tutto questo vagare.
Solo il coraggio del desiderio ci farà scoprire la sfrenata tenerezza dei soggetti che saremo.
Perché la forza dell’io, che pensavamo adatta, non può più servire.
(*)nota: per un poco=ma una volta per tutte=per sempre…