inevitabile retorica

12 Luglio 2012 Lascia il tuo commento

Studio, la gente, nelle sue più ordinarie occupazioni, se mi riesca di scoprire negli altri quello che manca a me, per ogni cosa che io faccia: la certezza che capiscano ciò che fanno. In prima si, mi sembra che molti l’abbiano, dal modo come tra loro si guardano, e si salutano, correndo di qua, di là, dietro alle loro faccende e ai loro capricci. Ma poi, se mi fermo a guardarli un po’ addentro negli occhi, con questi miei occhi intenti, e silenziosi, ecco che subito s’aombrano. Taluni, anzi, si smarriscono in una perplessità così inquieta, che se per poco io seguitassi a scrutarli, mi ingiurierebbero, o m’aggredirebbero.” (“Quaderni di Serafino Gubbio operatore” Luigi Pirandello)

Primo sogno: il corpo organico della cultura letteraria implica che ci si formi una identità, una figurina tenace in mezzo ai colori turbinosi chiari e scuri. Non tanto per cantare una canzone. Ma per ripetere il proprio nome. Ripassare la poesia. Meglio se per rinforzo della memoria si è invaghiti della professoressa e poi della compagna di scuola o di una tra le belle sconosciute del lungostrada. Il vivere in mezzo ai suggerimenti del codice dei cavalieri costringe ad un unico giuramento. Almeno fino ad un certo punto. A giurare una fedeltà. Più che altro per segnare il tempo con un gesso bianco sulla strada. Dopo siamo un poco più liberi di scegliere. L’avventura -come altro definirla- è fatta di deviazioni e di sviluppi trasversali da cui si torna a noi. Il filo della storia ci segue come una lunga fune leggera nei campi. Si aggregano e aderiscono ad essa -la fune- e dunque ad esso -cioè al filo della storia- fiocchi vegetali spumosi biancastri e si addensano. Ci portiamo la vicenda dietro e coagula. E noi lavorando senza faticare non sembriamo e non ci sentiamo schiavi. 

Secondo sogno: l’arte del vino e del disegno non devono confondersi. Ora che le cose vanno un poco meglio non si deve sciupare la bellezza composta in fogli sovrapposti. Se anche curare fosse ‘arte’ la salute non è nessun ‘capolavoro’. La salute si gode come ‘funzione’. 

Terzo sogno: mi resta da capire e sviluppare per questi giorni l’enfasi dei Musei e delle Biennali. Se per forza, cioè come fosse logico e facile da concludere, il ben fatto porti alla esultanza composta e silenziosa delle passeggiate alle inaugurazioni. Cosa che non avevo mai fatto. Forse era preferibile? Certo è bello il vestito scuro e i sorrisi. Compiaciuti. 

Certa inevitabile retorica: non è ad emergere che si tende? Eppure poi il discorso dell’umiltà -o della modestia insomma (poi è quasi la stessa cosa)- si impiglia con i tanti anni di lavoro. Decido di studiare (in questo ordine): “Le città invisibili”,  “La cognizione del dolore”,  “Quaderni di Serafino Gubbio operatore”. C’è un intreccio inestricabile nella letteratura italiana del primo novecento e innumerevoli notazioni critiche. Tanto vale leggere, legger, leggere. L’umiltà del lavoro non è una falsa modestia è la fatica e il peso. La massa di corpi solidi alla luce del lavoro intellettuale.

Il lavoro intellettuale diventa linguaggio che svanisce ora dopo ora. Assolutamente nessuna traccia scritta o registrata. Modestia o umiltà o miseria del linguaggio nel rapporto. La stanza, la costruzione, l’architettura ultimi baluardi. Come la letteratura. Scrivere che viene pubblicato con conferimento di onore. Inchiostri speciali, pensieri e bravura. “Crescere con leggerezza” è una frase di Calvino. E dunque non sarebbe abbastanza questo suggerimento per cambiare i gradi di grazia in un mondo giusto? Lo studio delle frasi è rimasta l’unica frontiera alla distesa di miserie.

La ripopolazione dei polpastrelli nudi. I servizi con le polaroid alla distesa di teste chine sui libri. Calvino, Gadda, Pirandello: non paladini dell’ottimismo. Ma cambiando il senso di alcune parole -che si può fare solo se non si ha una posizione preconcetta a difesa di qualche incertezza e fragilità intellettuale e teorica- tutto è ricompreso e riabbracciato. Anche la disperazione e l’elogio del vuoto e della sofferenza. Conobbi altri testi fenomenali. Tutti generosissimi. Anche i miei occhi consumati nell’adorazione delle parole. Adesso il mare e la giornata dedicata al benessere. La distrazione. L’indifferenza alla critica inesauribile. Il lasciar perdere. La guarigione dalla nevrotica di controllo. Ci sono forme essenziali conservate serbate lasciate. Salvate.  

Calvino. “Palomar”: “La forma vera della città in questo sali e scendi di tetti tegole vecchie e nuove, coppi, comignoli esili o tarchiati, pergole di cannucce, tettoie d’eternit ondulata, ringhiere, balaustre, pilastrini che reggono vasi, serbatoi d’acqua in lamiera, abbaini, lucernari di vetro. E su ogni cosa si innalza l’alberatura delle antenne televisive. (….) Così ragionano gli uccelli che vedono appunto a volo la città o così, almeno, ragiona il signor Palomar. Solo dopo aver conosciuto la superficie delle cose ci si può spingere a cercare quel che c’è sotto. Ma la superficie delle cose è inesauribile.” E’ un po’ come pensava Leonardo: “ prima di pensare alla metafisica bisogna misurare con linea colore geometria prospettiva tutto ciò che dell’umano e del creato è visibile.”

Calvino. “Le città continue: Pentesilea”: “Non è più possibile neppure sapere se si è dentro o fuori la città. Se nascosta in qualche sacco o ruga di questo slabbrato circondario esista una Pentesilea riconoscibile e ricordabile da chi c’è stato. Oppure se Pentesilea è solo periferia di se stessa e ha il suo centro in ogni luogo hai rinunciato a capirlo. La domanda che adesso comincia a rodere nella tua testa è più angosciosa: fuori da Pentesilea esiste un ‘fuori’?  O, per quanto ti allontani dalla città non fai che passare da un limbo all’altro e non arrivi a uscirne.” La domanda fondamentale di Calvino forse è sempre stata come uscire dal limbo del continuo.

Calvino. “Palomar” – “L’universo come specchio”: “Non possiamo conoscere nulla d’esterno a noi scavalcando noi stessi.- egli pensa ora – L’universo è lo specchio in cui possiamo contemplare solo ciò che abbiamo imparato a conoscere in noi.” 

A questo moralismo seicentesco dovremmo pensare, a questo si deve pensare, a questo si doveva far riferimento, a questo illuminismo pessimista e catastrofico e al suo intreccio con la genialità narrativa. Penso: come quando un amore è tanto bello quanto rovinoso. Fascinoso quanto delirante. Semplice e inesauribile e minato all’origine. Con la bellezza di automazione della scienza orologiaia al servizio della guerra. Bisognava studiare questo prima, se così possiamo riferirci a ieri medesimo. Bisognava averlo saputo già.

Saremmo stati più docili e spietatamente sapienti nell’affrontare le cure, le parole, gli esiti, le compromissioni, le interazioni, le invisibili sensazioni, le chiare evidenze, il transitorio smagliarsi e ripararsi del pensiero proprio e altrui, la sensibile comprensione del pericolo in corso quando tutto questo e assai altro si faceva e si riproponeva e si davano appuntamenti per lavoro e per amore e per prassi più generiche per noi insieme e per te e per tutti gli altri in gioco tutti i giorni. Tutto questo che era stato pensato e scritto e pubblicato restava da qualche parte -agente. Respirava sotto la polvere. 

Leggendo la disperata certezza degli illuministi sorridiamo con brividi. Non si doveva affrontare la conoscenza senza un precedente sapere. O forse è stato meglio così. Forse avremmo lasciato perdere. Ci eravamo procurata un’ignoranza. Respirata la polvere. Per opporsi al continuum proponendo un limite che si dice che non ci sia. Una specie di origine potrebbe essere il rifiuto. Non riesco a non chiedermi che idealismi e illuminismi ci si faranno incontro, quali sospetti dovremo contenere, che consonanze ammalate vivremo, che amori inimmaginati. E, soprattutto, CHI troveremo a sedurci. 


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