il pianto della sposa
Scrivo “fisiologia del pensiero”. Poi, senza staccare la penna, scrivo “evidenze cliniche”. Quel breve tratto (neutro) che scorre senza voler forma di lettera è un ‘confine’.
Sta tra la funzione del pensare che corre senza che se ne abbia consapevolezza e il modo in cui, perduta quell’incoscienza, il pensare diventa oggetto del proprio effettuarsi e l’ideazione si fa problematica.
Il medico scienziato fa il percorso inverso. Dalle evidenze cliniche risale alla fisiologia. È la ricerca un salmone che risale alla fonte originaria: non proprio un agire sulle cose come un lavoro che cerca consenso. È per trovare.
Ed ecco il pesce vitale e spossato nella pozza sorgiva pretendere di dare voce vita e forma non alla scoperta ma ai contorsionismi eleganti e forti di quando risaliva.
Ecco che non fa la scrittura ma solo il perdurare insistente ripetitivo quasi cieco di gesti ogni volta appena compiuti in un’acqua di stupori semitrasparenti.
Riporta al pensiero originario. Come sapessimo descrivere la parte del limite che non dovremmo poter esplorare se no che limite sarebbe…
Si intuisce, da qui, l’assurdo di una condizione. Quella per cui la ricerca vuole scrivere come il pensiero si sia aggiunto all’esperienza appena compiuta di una scoperta.
Che dunque la scoperta non ha esaurito niente di quanto andava fatto. Che la libertà del tratto di penna senza forma ci contiene o ci esclude. È la nostra vita com’è ma anche tutte le possibilità di ogni vita plausibile. Le vite impraticabili. Che metto in te.
Eppure, il pensiero è andato dove non avrebbe potuto. Racconta il fenomeno della transizione. O forse, una volta che un tratto di tempo cioè di noi, sia privato di finalità, è un singhiozzo che sentiamo.
Il pianto della sposa. Nell’angolo di ombra di quanto è perduto. Finalmente. Il piacere un ricordo evanescente.