fenomenologia delle barriere

29 Ottobre 2014 Lascia il tuo commento

Che lo si nomini o meno ci si arrende a che l’inconscio rimanga quasi ineludibile proprio nel corso del dibattito al suo proposito. Uno sogna i dadi rotolanti sul tappeto e mi regala di pensare ai livelli di libertà dell’aleatorio. Farci i conti evita modi di eccessivo rigore. Lana morbida più o meno sgargiante. Inconscio o no l’esperienza ne è piena di quel non so che, di un “quid” infinitamente seducente e anche terrorizzante. In proporzione inversa. Quasi che lasciarmi sedurre (…meglio parlare solo per sé! ) fosse smettere per un istante di tremare e fidarmi. Nel sogno l’inconscio era divenuto l’aleatorio ruzzolare di un cubo senza funzioni di un azzardo. Ma come l’aria che sta tra corpo e tunica. Tra tessuto e epidermide. Una libertà per chi ne accetta il nutrimento. I solidi platonici perfetti. Terreno dell’assoluto coerente ed esatto. Della corrispondenza pratica. Di fasi pragmatiche: movimento espressivo. Dall’altra parte, sul versante interno, stimoli propiocettivi, percezioni cenestesiche. Ho avuto, si ha sovente, la coscienza certa di doversi (dover me) fermare. Basta così. Oppure: non andiamo più in la. Ma da dove nasce, e quanto in anticipo sulla coscienza, questa serie convergente di decisioni espresse in azioni biologiche modulate? In tenere o aspre briglie? Reti di salvataggio o sicurezza o protezione o separazione. Arresto. Abbraccio. Contenimento. Sfuriare di nembi. Spiovere. Gocciare. Asciugarsi. Scaldarsi e arrendersi. O imporsi, scuotersi, convincersi, farla finita. Togliere assedi. Andar via. Liberare altri dal nostro controllo animoso e anche non solo amoroso. La inconsapevole nascita di una decisione nasce con la stessa natura dello scivolare nel sonno, penso oggi. Terreni sconfinati che passano uno nell’altro per un punto inesteso. La decisione pare legata alle concordanze di dimensioni temporali. Accordi o incroci tra durate. Sovrapporre i periodi stabilendo dove aprire finestre degli uni sugli altri. Che dirti di me è sapere il momento che mi affaccerò verso il tuo balcone. Montecchi. Capuleti. Tempi delle rivelazioni legati alle durate del sonno indotto, della distrazione che fa ritardare. Annullamenti in amnesie di pochi secondi. È verità la tempestività. Forse. Tra Giulietta e Romeo sarebbe cambiato tutto. Circoscrivo un area poligonale dove vivo pensare. Entro la cui infinita enumerazione di soglie svolgo lunghissime pedalate brucianti. Le accelerazioni immagino luce. La figura di te si accentua. Ma è un bagliore. Che illumina molte altre. Ragazze. Cose, figure, sessi, soli e pianeti. Torno girando ma è solo la volta attorno ad un’ansa del fiume Congo. La melma non toglie potabilità a quest’acqua. Non è dunque una brutta dizione. Acqua e argilla. Uomini e donne d’ambra al nostro interno possiamo dichiararci le une agli altri con facce di bronzo: “Vieni!”. Coscienza e superbia non sono più veleni. Solo salire i fiumi. Rifare le scoperte. Leggere in fine il titolo dei libri a conclusione di una terra ben esplorata. Istinto di morte per via di una ignoranza definitiva dei momenti decisivi dell’origine. Conoscenza: il pensiero è nelle scintille buie della sinapsi e della generazione di energia molecolare. A parte i mitocondri e i fenomeni di barriera che sono materia scura poi noi siamo quel che risulta al testo. Che canta, a volte. Come ora. Spazzando via della festa avanzi puliti. Resti utili. Echi conservati a domani. Come raccontare d’aver visto svanire l’euforia della nostra infallibilità?


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