dopo mille e una notte ancora beve e ride e racconta gorgogliando tra pianto e febbrile amore
(la foto del presente articolo è di Cristina Brolli http://cristinabrolli.com/gallery_view.php)
dopo mille e una notte ancora beve e ride e racconta gorgogliando tra pianto e febbrile amore
La vitalità della parola-immagine supplisce alla assoluta difficoltà di essere certi di una immagine della parola-vitalità. Sotto forma di lettere d’amore, per ottenere, al momento, ciò che l’attimo fuggente non concede, vale proporsi la ricerca se proprio la natura incerta di una eventuale immagine della parola-vitalità conferisca alla vitalità la capacità di pensare che si può riprendere un discorso che attraversi il corpo complesso monumentale e a tratti mostruoso del nichilismo. Un discorso capace di combattere le batterie angeliche della pretesa di innocenza della filosofia fondata a forza sulla poco vitale ed usurata assunzione che la filosofia sarebbe un pensiero disinteressato.
La capacità di immaginare una vitalità a fondamento della genesi dell’immagine deve essere scaturita come immagine di una capacità di ricominciare sempre la fondazione soggettiva del tempo dopo la ‘morte’ di dio (Nietsche) che nel pensiero filosofico si esprime nella formula ‘caduta della trascendenza’. Sono di ‘oggi’ le domande di un ebete girovagare attorno al tavolo nero enorme, descritto come destino che mi sono scelto, per la ricerca dopo la caduta della trascendenza. Sono queste alcune delle domande come passi attorno alle aree scure lucide e della masse dei volumi aperti e delle aree bianche dei fogli non scritti e grigie dei fogli scritti.
Esse sono: si sa immaginare la ricerca medica di una fondazione della soggettività come fisiologia del pensiero alla nascita? La ricerca medica a proposito della genesi del pensiero dalla biologia, ci assolve dalla solitudine della disperazione nichilista? Perché la ricerca sulla natura del pensiero e sull’uomo è un ‘attraversamento’ fino ad ora riservato (sia nelle fatiche gloriose sia nelle altrettanto glorificate conclusioni) ai mistici? Vale pensare e immaginare e ‘indovinare’ una scienza medica dei fondamenti del pensiero del tempo e del suono e del movimento? Come resistere al nichilismo il tempo necessario a fondare una medicina come scienza di una integrità alla nascita? Immaginare è scoprire con esattezza e nominare una nascita senza negazione? La negazione viene dopo quando gli occhi con la visione di figure realizzano una propria insufficienza sul pensiero senza coscienza del primo anno di vita?
Realizzare per immaginazione scoprire e indovinare è una caratteristica specifica della fisiologia della biologia cerebrale umana che si oppone all’irrealtà dell’idea di una genesi dal nulla dell’immateriale del pensiero? Allora è decisiva la denuncia dell’alterazione del pensiero che nomina il nulla come esistenza di una irrealtà fuori di noi. Questa denuncia comincia con la definizione di una vitalità del pensiero che immagina indovina e scopre la possibilità di cercare le forme della genesi del pensiero dalla materia. Distinguendo questo dal ‘materialismo’ che è ideologia e non è scienza. Una origine soggettiva non fa della vita un percorso di mistici nel deserto, fa l’ offerta di una aleatoria certezza. Il regalo impacciato del mazzo di fiori e frutta del contadino. Il mazzo ben composto delle aggraziate cose delle creature umane.
Certo che il ricominciare ogni momento la conoscenza avventurosa è ogni momento a-sistematico: è evidente che dire ‘…ad ogni istante t’amo…’ in amore è regalo. Ma nella vita attiva del pensiero è fondazione è dichiarazione di una riproposizione di mettersi al lavoro, di distinguere l’irrealtà del nulla dalla immodesta conclusione dell’avventura biologica nella morte fisica, e di separare senza confusione il tempo di mille battiti d’ali della dichiarazione d’amore, dal brusio ragionante della materia appena dietro la trasparenza scura di occhi infervorati e febbrili di una che pensa di andare via per sempre dai propri fallimenti. Il ricominciare ogni momento la conoscenza avventurosa è, ogni momento, un gesto asistematico collocato sulla coda dell’iguana nella teca di vetro, cadiamo dalla coda dell’iguana come perdiamo la certezza della trascendenza.
Il pensiero realizza l’immagine è come la febbre che fa il picco lieve rapido e bruciante di un aumento del calore avvertibile sulla fronte e ai palmi semiaperti e improvvisamente il pensiero è alle soglie del movimento e siamo vivi e lasciamo la seggiola degli infermi e ricominciamo a muoverci come la marea dell’oceano e facciamo un’allegoria e il mondo è nelle nostre parole silenziose e alla fine non servono e noi siamo parole che non servono che tornano ad essere pensieri non ricordi rimossi e ritrovati ma pensiero che ritrova la propria inutilità perché è il primo anno senza la coscienza e forse senza la coscienza della figura non si può agire la negazione.
Il ricominciare ogni momento è l’atto inevitabile di soggettività che ci regala la nascita più che la filosofia, e che la ricerca medica rende forse plausibile, prima di inoltrarsi senza provviste nel deserto. Il ricominciare, il rifondare il tempo soggettivo è una postura tra l’attesa appassionata del corpo dell’amato che arriva e la pietà di chi ha perduto l’unica certezza: non sai se di identità o di presenza dell’altro nel mondo. Asistematica è l’avventura della febbre al pensiero immateriale di ‘lei’. E se la febbre -quella febbre – non è malattia, al contrario quel pensiero è affetto dalla passione ( fissazione ) per una figura e sarà per questo che l’amore e la passione troppo genericamente intesa non sanno opporsi al misticismo. E invece viene l’idea che la febbre sappia dar luogo alla necessaria temperatura concettuale.
Il raggiungimento è ritrovamento della fisiologia di una forma di pensiero in condizione di assenza della coscienza, che non genera la ‘negazione’ poiché quel pensiero, in assenza di coscienza, è che ‘… la vitalità della (parola) immagine supplisce alla impossibilità di riferirsi ad una immagine della (parola) vitalità prima della quale si ha come origine fisiologica una febbre, il picco di un aumento bruciante di temperatura sulla fronte e nei palmi semiaperti…’ ma non è fissazione ad una figura. La vitalità si genera in una strettoia, in una compressione, all’apice di un picco che supera di pochi gradi la norma e la necessità, subito fuori dal regno della biologia pura, che della necessità e della omeostasi somato-sensoriale fa l’impero delle leggi uniche dello ‘scambio’.
La vitalità è l’attività appropriata della materia che fa un picco lieve rapido e bruciante, segnalando la lotta iniziata a tutto campo, o inaugura il via della maratona nel deserto? La vitalità è proprietà della biologia cerebrale dell’uomo sulla quale si fonda e si sostiene la vita mentale, che fa del nostro pensiero originario la fisiologia di una immagine e non la rassomiglianza senza identità di una figura? Senza figura il pensiero, in assenza di coscienza, può davvero fare la negazione o per certi istanti e giorni, come sembrerebbe adesso più ragionevole concludere, nelle pertinenze della nascita degli esseri umani la negazione non è possibile?
Può essere plausibile che sia quando la coscienza tardivamente riflette senza averne i mezzi sul pensiero di un primo anno privo di coscienza, che essa coscienza incorre in un doppio disastro conoscitivo? Il primo disastro che il pensiero sarebbe congenitamente difettuale e il secondo disastro che esiste un irrealtà, un nulla fuori dell’uomo? E allora si parla di nulla fuori dell’uomo per annullare una fisiologia del pensiero umano senza difetti? Scrivo: ‘… dunque amore mio dovrò difendere la salute della parola nascita con la vitalità della parola immagine….’ Scrivo ancora ‘….accanto alla nascita sta la alterità ( tu che sei l’alterità più amata ) come certezza e non come parola che designa una consapevolezza cosciente…’ La sapienza del pensiero in assenza di coscienza è il tratto breve e folgorante di attività mentale che fa sul viso l’arco della felicità come si potesse portare il pensiero al movimento.
E’ dall’aver realizzato il pensiero al movimento, lungo un primo anno di vita senza coscienza, che nasce la coscienza come cercare a partire da poco e traversare la stanza illuminata e girare l’angolo e scoprire figure intere di uomini e di donna da amare successivamente per il sempre che viene. Di questi tempi si lotta giorno e notte di coscienza e di pensiero, si lotta di domande che si concludono con un ‘amo’ rovesciato, si lotta coperti di arancione di questi giorni strani. E’ soprattutto lotta di certezza che il paradiso è l’alterità. Il verde delle bandiere africane è il paradiso e il paradiso è il verde di una foglia di salvia su una sfarzosa pizza appena sfornata.
E così andando avanti si lotta di certezze senza memorie, di paradiso che è pensiero che è mano appiccicosa di latte traboccato tra seno e labbra beate ed è sicurezza di saper afferrare uno sguardo fuggevole e attaccarcisi per vivere e dormire e ricominciare sfacciatamente ogni volta, senza alcuna riconoscibile parola d’amore. Nei prati di girasoli, alle albe molteplici che i neonati ripetono ogni poche ore, nella luce atmosferica di tende che addolciscono l’incanto omicida del sole nudo, e sempre sotto una pioggia di amorevoli suoni.
“La differenza tra immaginare e ricordare e’ nel semplice e feroce tuo sapore” (lettera di David Hilbert ad Anna Taylor) … ecco che poi leggo per caso questo e piango perchè comincio a sanguinare dalle dita e macchio tutta la mia coscienza di aver fatto il mio dovere ma il mio dovere è nella responsabilità del coraggio di buttare tutto a mare anche la chiarezza appena raggiunta ( ma era un’illusione come si vede…) se arriva qualcosa di inatteso e bellissimo che, come si deve, si mostra si racconta si dice per essere appena un poco migliore nel momento che si diventa del tutto trascurabili per trovare domani migliore anche te perchè anche io non voglio mai perdere tempo….
Categoria: Gioia
