come togliere la fame di pane
Offrire riparo. Recarsi al luogo ben noto sia una piazza o una piccola poltrona di legno e cotone. Restaurarsi dal disagio. Anche lustrare il marmo della panchina con la mano gli occhi a girare distratti attorno tra gli alberi del parco che la mano -distolta dagli ordini perentori dello sguardo- accarezza via briciole e falsi argomenti.
Restano i grattacieli di New York affacciati sulle anse del fiume che guarda verso chi percorre il New Jersey con la testa in imprese trascurabili. Tutto è trascurabile visto dal centro mondiale dei Music hall che è anche fabbrica di ogni millennio.
In strada abito ogni notte. Ci dormo sul catrame morbido dei marciapiedi e il diaframma ondeggia jazz e ammucchia l’aria in innumerevoli ispirazioni ritmiche e finalmente all’alba libera nuvole e ombra in fumi umidi di fiato.
Disinfetto tutto intorno con l’alito di caffè. Respirare è una resurrezione dei corpi che chiamano il futuro in terra. I corpi sono tempo anelante non più semplicemente concetti di speranza.
Il tempo che fermenta dal corpo ritrovato con te corregge la pavidità di aspirazioni semplici. Complica la vita con il rosso che colora il cielo di domani.
La maledizione dell’amore è d’essere una promessa implicita. Il corpo innamorato apre la porta di grandi palazzi dove potremo riposare. Domani e dopo. Non subito. Non tranquillamente.
Mi sveglia dentro la cittadelle del tuo amore con la testa piena di felici inutilità. Agli angoli tra forno e postribolo trovo di nuovo il coraggio di tendere la mano per mendicare strafottente solo la verità.
Che toglie la fame con il sesso che si porta via l’appetito del pane con il profumo fragrante dei gemiti indecifrabili di lei.