cauterizzazione
Come forare il femore di un uccello migratore per l’idea di trarne un suono così ti avvicinai ché non volevo restare nel silenzio.
Intanto che procedevo nell’opera delicata riflettevo sulla natura del fuoco. Sulla necessità del fuoco addosso alla lama. Arrossata e pulita.
Ci sono misteri disseminati nel tempo trascorso nel lavoro e nell’avvicinarmi. C’è l’impaccio. Aver perduto la falsa sicurezza. C’è l’adesso senza nostalgie.
Rifletto sul fuoco che arrossa la lama che cauterizza il taglio. È sulla mano ferita -il taglio- mentre attaccavo il midollo secco del femore di un’albatro. Canticchiavo.
Distratto cantavo di te il primo giorno: la grotta, i fili di ferro ritorto, la mia vita di allora. Improvvisa la fitta in mezzo alla fronte. Il fuoco che entrava nella mente.
Non nel cuore. Nella sostanza cerebrale. Nel cuore dei pensieri. Ora il coltello scava nei cunicoli encefalici per liberare poche note a margine della vicenda di te.
Così mi sono ferito. Mi curerai. Domani. Immagino. (Cupido aveva una freccia lo sanno tutti? Ma non sanno che anche il mito soggiace all’amore.)