piani verticali
Quanto scrivo è l’impossibile da tacere. Un cedimento.
La premessa è in continua generazione. Si esprime con irrequietezza e trepidazione.
Questo contenuto che mi precede pare talvolta visione condivisa.
La condivisione non mi acquieta. Il pensiero non ha attività deputate al proprio arresto.
L’insoddisfazione consuma la pazienza. Brucia le attese.
La calligrafia è una fiammella che vuole approssimarsi alla perfezione.
L’azione dello scrivere solerte sta tra il respiro e l’immobilità.
Timido nei modi è una pretesa insolente: è un fenomeno a ridosso della propria origine.
Il più è da venire.
Quando lo scritto rifluisce nella materia dalla quale origina si genera un pensiero pratico.
La calligrafia procede opponendosi alla fatalità stagnante della metafisica.
L’accettazione della scrittura richiede infatti uno sguardo cubista, esteso e simultanea.
La scrittura è un calcolo senza ‘resto’. Sono atti simultanei di poesia neuro muscolare a somma zero.
All’orizzonte, la linea frastagliata di una terra, compone calligrafia e cartografia.
Poi la mano scrive l’ultima parola. E l’ultima parola è comunque sempre ‘felicità’.
È lo scampato pericolo. Il respiro delle persone care. La certezza di una benevolenza. La fine del terrore.
Il levarsi del palmo dal foglio. Il sollievo.
È un’esigenza di legittimazione che ci muove.
Sono pagine. Lenzuola di bucato. Riquadri di finestre ampie. Pareti di nebbia al mattino. Piani verticali affiancati. Su erba e fiori. Ad asciugare. A distanze differenti.
Categoria: Linguaggio