gli anni che aspettano

5 Aprile 2019 1 Commento

Immaginai che il sentimento fosse l’approdo. Che banchine non-sentimentali fossero solo isole galleggianti. Esiti di bradisismi secondari.

Superfici troppo esigue per me che cercavo il latifondo dove affondare le mie pretese: che ogni turbamento avesse di per se dignità di significato.

Attribuivo alle attrazioni un valore di scambio. La maggiore o minore profondità delle emozioni in gioco qualificava, al tempo, il valore del mio sentire.

In assenza di quella corrispondenza tra ampiezza del territorio e profondità del sentimenti cercavo il mio posto al sole. Alimentavo solo la vanagloria.

Inevitabili le sconfitte di una mentalità imperialista. E siccome ogni mentalità è mente, per stare bene mi sono serviti decenni di lavoro.

Poi si capisce che il sesso è un’altra cosa dal pensiero articolato. Che è sconosciuto. Il silenzio dei corpi abbracciati non ha sbocchi.

Il continente su cui cominciai a deporre le armi di una stupida ostilità erano le superfici cutanee nel rapporto sessuale.

Ridenti. Candide. Rinascimentali. Poi barocche. Marmo rosseggiante di piacere. Irridenti. Sornione. Buone ma non consolanti.

Allora ho iniziato l’esplorazione. Il mutismo. Prendevo la temperatura di quel pietroso mistero. Lo sguardo all’orizzonte vagheggiava significati che svaporano sempre dopo l’orgasmo.

Il corpo oggi è saldamente posato sull’unica certezza di una poltrona nuova. Gialla come l’amore nascente.

A terra, imprevedibili, gli anni che aspettano.


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