insofferenza dei pedanti alla necessità
Su cartoline scrivo i paragrafi che dovrò contenere, prima della conclusione, in una sola parola sul dorso luminoso del rettangolo postale.
Il deserto, il mare, il campo cui facevo riferimento con le corse a perdifiato, l’occhio curvo della rana resuscitata: sono per me unico orizzonte.
Alla fine sto lasciando progredire la vita piena. Si fa avanti. Conclude perentoria:
“Lasciati amare”.
“Ma è la cosa più difficile” Rispondo.
“Presuppone la certezza che tu sia buona. Presuppone la nascita come fondamento. Lasciarsi amare è l’azione di un sapere che non è refluito ancora nella parola che lo definisce”. Penso muto.
Quel ‘fondamento’ si riscontra nella modulazione fine del movimento della scrittura cui mi risolvo.
È invenzione. Non proprio arte. Ma basta a determinare, nei pedanti instupiditi dall’odio, la domanda:
“Chi è questa Lei cui mandi i messaggi?”.
“Necessità” rispondo.
Non mi sembrano soddisfatti. Privi di una base emotiva stabile ogni risposta affoga in quelle sabbie mobili.